Quel “pezzetto di cielo” condiviso con Giovanni Paolo II

di Daniela Giudice

Poco più di quindici anni fa, nell’ottobre del 2005, a distanza di circa sei mesi dalla morte di papa Giovanni Paolo II – avvenuta il 2 aprile dello stesso anno – feci un sogno, che forse oggi merita di essere raccontato. Inizia come un incubo, uno dei peggiori: i ricordi si sfumano, ma quel che appare chiaramente è il fatto che, in un ambiente ostile e buio, sono sola ed in possesso di alcuni preziosissimi documenti che, per nessun motivo, devono finire nelle mani dei molti nemici che mi stanno spietatamente dando la caccia. Il fatto che colpisce, è che non temo per la mia vita, come spesso accade negli incubi: tuttavia la mia preoccupazione rimane enorme, perché non posso assolutamente permettere che quei documenti cadano nelle loro mani. Dopo una fuga lunga e affannosa, sono ormai alle mie calcagna e non mi rimane più molto da fare: in quei documenti sembra esservi racchiuso – in ultimo – ciò che ho di più caro in questo mondo e sto per perderlo per sempre; mentre fuori è notte fonda. 


All’improvviso, con mia enorme sorpresa, l’atmosfera cambia rapidamente: la luce disperde del tutto l’oscurità e diventa giorno pieno, posso ammirare il sole splendere alto nel cielo terso e azzurro. E in quella luce scorgo davanti a me – vicino a me – una figura cara: è Giovanni Paolo II, giovane come lo ricordavo bene quando a tredici anni – era il 16 ottobre 1978 – assistetti alle immagini, trasmesse in mondovisione, del celebre discorso che egli pronunciò affacciandosi dalla loggia che sovrasta l’ingresso della Basilica di San Pietro, subito dopo la sua elezione a pontefice. Con sguardo intenso e rassicurante si rivolge a me, dicendomi: “Non ti preoccupare, nessuno te li potrà togliere!”.


Malgrado siano trascorsi ormai quindici anni, ricordo infatti esattamente ogni parola che egli pronunciò, che qui riporto fedelmente. In quel momento prendo coscienza di ciò che forse avevo saputo fin dall’inizio della mia lunga fuga: non si tratta infatti soltanto di meri oggetti da proteggere, ma di molto di più: quei documenti sono in realtà immagine, figura di tutti coloro che amo più intensamente, ed insieme a loro, anche di quelli che accidentalmente ho incontrato sul mio cammino e a cui pure ho voluto bene. Karol Wojtyla continua quindi con decisione, mostrandomi la parte interna del suo braccio destro, piegato all’altezza del gomito e nudo, come il suo torace: “Guarda! Sono nella mia carne. Nessuno te li potrà togliere, ormai!”. Capisco che le sue parole sono assolutamente vere: infatti, chi mai potrebbe strapparli dalla sua carne? La sua persona emana una tale forza da sembrare invincibile e, al contempo, rassicurante. Non posso non provare che un senso di serenità: e mi sento felice, come forse mai prima di allora.  


Mi sarei svegliata all’improvviso qualche istante dopo, e la presenza di Karol Wojtyla era talmente concreta e reale nella mia memoria da ricordare bene ogni particolare, anche a distanza di molti mesi, addirittura di molti anni. Una sensazione di pace, di gioia, avrebbe continuato a tenermi compagnia durante tutto l’arco della giornata e nei giorni successivi, mentre iniziavo a riflettere: mi trovavo allora in uno dei momenti più difficili della mia vita, e quindi necessariamente proiettata su me stessa: sembrava insolita, dunque, tanta preoccupazione per gli altri, che apparentemente non stavano correndo alcun pericolo in quel momento.


Eppure non era la mia vita ad essere in gioco, in quell’incubo. Le parole pronunciate da Giovanni Paolo II: “Nessuno te li potrà togliere!”, sembravano riecheggiare molto da vicino il Vangelo di Giovanni: “Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio” (Gv 10,29); mentre il corpo del papa polacco sembrava rimandare a quello di Cristo, di cui la Chiesa è il Corpo mistico: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12, 4-5).  


Tuttavia, per lungo tempo, questo sogno sarebbe rimasto per me enigmatico ed insieme bellissimo: un pezzetto di Cielo da ricordare. E con il trascorrere degli anni, sarebbe scivolato in parte nel dimenticatoio: ma da parecchi mesi le parole pronunciate da Karol Wojtyla sono ritornate più volte con forza nella mia mente, come se stessero acquistando sempre più significato. Forse perché i gravissimi fatti che si sono susseguiti a partire dall’emergenza CoVID-19, con il conseguente crescere della preoccupazione, mi hanno fatto sentire sempre più intensamente il vuoto lasciato dalla scomparsa di papa Giovanni Paolo II: la gerarchia della Chiesa Cattolica che deciderà di arrestare la sua perenne Liturgia a causa del propagarsi di un virus, avvenimento mai accaduto prima nella sua storia; le libertà e i diritti costituzionali che verranno sospesi e quindi di fatto negati; l’ormai evidentissima censura ed il totale annichilimento di chi vorrebbe proporre un’interpretazione diversa dei fatti, non coincidente con il pensiero unico dominante.


Tutto ciò non poteva non riavvicinarmi a Karol Wojtyla, l’uomo ed il pontefice profeticamente e lucidamente cosciente degli enormi ed imminenti pericoli che avrebbero insidiato la Chiesa Cattolica insieme al mondo intero, pericoli ai quali tentò di frapporre tutta la sua persona per fermare quello che l’apostolo Paolo definisce: “il mistero dell’iniquità” (2Ts 2,3-10). La scomparsa di papa Giovanni Paolo II aprirà di fatto la strada all’evolversi dei tristi accadimenti odierni: oggi è infatti la sopravvivenza stessa della vera Chiesa di Cristo ad essere in gioco. Ma è in gioco anche quella dell’umanità intera. Se quei documenti rappresentavano davvero coloro che avevo amato, oggi, per estensione, rappresentano tutti i credenti insieme a tutti gli uomini di buona volontà. Credenti e non credenti, purché – e questa costituisce una discriminante essenziale – non abbiano acconsentito al “mistero dell’iniquità”.


A tutti loro, a tutti coloro che oggi sono sull’orlo della disperazione a causa della crisi, a tutti coloro che oggi stanno per essere costretti a chiudere le loro attività, a tutti coloro che non sanno più cosa li attenderà domani e cosa potranno dar da mangiare ai propri figli, a tutti gli uomini che si sentono lacerati e divisi dalle mille nuove barriere di questo tempo, e a tutti coloro che si sentono impotenti di fronte a tutto questo, malgrado vorrebbero soltanto poterlo fermare; a loro, vorrei “regalare” – se mai può essermi possibile – un “pezzetto di Cielo”, ricevuto intatto da un vecchio sogno ora divenuto incredibilmente attuale. Perché si sentano forse un po’ meno soli, perché continuino a resistere con dignità, e, in particolare per chi crede, perché non smarriscano l’integrità della fede: certi che nessuno potrà in ultimo strapparli dalle mani di Colui che ha il potere su tutte le cose, poiché – come recita anche il Salmo 121 – “non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d’Israele” (Sal 121,4). 


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