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Cataldo Naro nasce a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, il 6 gennaio 1951. Si forma nel Seminario diocesano di Caltanissetta, poi completa gli studi teologici a Napoli, presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Ordinato sacerdote a Caltanissetta nel 1974, si reca poi a Roma per conseguire la licenza e il dottorato in Storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana, discutendo una tesi diretta da Giacomo Martina. Consegue anche il diploma di archivista presso la Scuola di archivistica e paleografia dell’Archivio Segreto Vaticano.

Le sue energie intellettuali si concentrano «nell’analisi dei mali della società, e in particolare della Chiesa, nel Meridione, senza risparmiarsi neanche sul piano dell’operatività organizzativa: già nel 1983 fu tra i fondatori del Centro Studi “Cammarata” di San Cataldo, poi membro del consiglio d’amministrazione di “Avvenire” e del comitato scientifico delle Settimane Sociali», come scriverà il filosofo e pubblicista palermitano Agusto Cavadi (A. Cavadi, Don Cataldo Naro[1951-2006]: un vescovo anomalo, in «Adista Segni Nuovi» 34 [8/10/2016]). 

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Organizza convegni e seminari sui “martiri di giustizia”, come il giudice Rosario Livatino e don Pino Puglisi e pubblica vari libri e saggi sull’intricata storia dei rapporti fra esponenti del mondo cattolico e boss mafiosi. Ordinato vescovo il 14 dicembre 2002, in soli quattro anni di episcopato fonda a Monreale il Centro Studi “Intreccialagli”, è presidente della Commissione episcopale nazionale per la cultura e le comunicazioni sociali e vicepresidente del Comitato preparatorio del IV Convegno ecclesiale di Verona.

Nel 2005 avvia un progetto pastorale nel territorio della sua diocesi su “Santità e legalità”, per un impegno cristiano di resistenza alla mafia, in collaborazione con il consorzio “Sviluppo e legalità”, che raccoglie alcuni comuni dell’Alto Belice Corleonese, e con l’Osservatorio per lo sviluppo e la legalità “Giuseppe La Franca”. Non decide di restare «dentro i recinti ecclesiali», come osserva Cavadi, ma a partire dalla sua ordinazione episcopale, avvenuta alla fine del 2002, fino alla sua morte prematura, il 29 settembre 2006, compie la visita pastorale, la riorganizzazione delle parrocchie, promuove una pastorale di formazione per laici e presbiteri, istituisce corsi per catechisti, lettori e accoliti, e conferisce tali ministeri a parecchi laici; valorizza la figura del diacono permanente e si interessa per riportare la sede del Seminario in città; il Seminario Arcivescovile di Monreale porta oggi il suo nome.

Diventa rilevante il suo impegno contro la mafia (Monreale è l’arcidiocesi a più alta densità mafiosa), mafia da lui stesso definita «struttura di peccato», espressione già usata da papa Giovanni Paolo II per la prima volta nel 1979, nell’omelia tenuta nel santuario di Nostra Signora dell’Immacolata concezione di Zapopán (Messico). Come già rilevante e significativa era divenuta nel tempo la sua indagine storica sul rapporto fra Chiesa e mafia.In un’intervista rilasciata nel 2003 (A. Valle, La lezione di donPino, in «Jesus» 9 [9/2003] [web]), Mons. Naro afferma, a proposito del martirio di padre Pino Puglisi: «Il martirio evidenzia, in qualche modo, una carenza della Chiesa, un suo limite sul piano della testimonianza cristiana; è, di fatto, una denuncia di ciò che non c’è e di cui ci sarebbe bisogno. È una sorta di appello da parte di Dio che sembra dire: “C’è qualcosa in questa Chiesa che non è secondo la testimonianza della mia Parola”. E, dall’altro lato, però, rende anche evidente quello che già esiste».

Conclude poi, sull’impegno contro la mafia sostenuto dalla Chiesa siciliana: «Si deve partire da lontano. All’inizio, subito dopo l’unità d’Italia, c’è stato un silenzio totale della Chiesa su questo tema. […] Gli archivi ecclesiastici dimostrano che la Chiesa del tempo sapeva cos’era la mafia e anche chi erano i suoi capi. Mancava però una valutazione del fenomeno, un suo giudizio alla luce del Vangelo». E’ così che la lotta concreta che Cataldo Naro opporrà alla mafia non sarà fatta solo di proclami eproteste, ma avviando invece un’intensa attività pastorale e culturale, alla luce del Vangelo

Nel 2010, quattro anni dopo la morte improvvisa dell’arcivescovo, viene pubblicato un volume, a cura del fratello don Massimo Naro, dal titolo:  «Sorpreso dal Signore. Linee spirituali emergenti dalla vicenda e dagli scritti di Cataldo Naro», inserito nella collana editoriale degli Studi del Centro “Arcangelo Cammarata” ed edito da Sciascia. Il volume raccoglie vari scritti, fra cui gli atti di un convegno avvenuto a San Cataldo nel 2009, in occasione dell’anniversario della scomparsa dell’arcivescovo.

Fra i molti contributi, c’è un saggio particolarmente interessante di Francesco Mercadante – professore emerito di Filosofia del diritto dell’Università Sapienza di Roma – contenente al suo interno documenti inediti. Attraverso una lettura critica degli avvenimenti che hanno riguardato la vita e l’episcopato di mons. Naro, tinge la vicenda di giallo e delinea un quadro che man mano si fa sempre più oscuro ed ostile, fatto di avvertimenti, minacce, lettere anonime, carteggi con il Vaticano, congiure, presagi. Il punto di partenza individuato da Mercadante, è l’aggressione subìta da mons. Naro a Cinisi, il 9 giugno 2005, al termine di una cerimonia per il conferimento delle cresime, sul sagrato della chiesa di Santa Fara.

Viene intimato all’arcivescovo, da parte di un gruppo di fedeli, di annullare il trasferimento del parroco Nino La Versa. «Nel breve tratto di strada, percorso da mons. Naro in compagnia dell’autista per farsi largo fino alla macchina, gli aggressori passano alle vie di fatto, colpendo il vescovo con spinte, pugni, calci, strappi, strattoni, ripetute violenze. Impediscono poi alla vettura, dove nel frattempo il vescovo ha trovato rifugio, di mettersi in marcia, schierando persino i bambini di traverso sulla strada. Le forze dell’ordine latitano, salvo recare soccorso disperdendo l’ultimo tafferuglio col fare di comuni passanti. Niente prevenzione, niente vigilanza, niente intervento tempestivo, malgrado le insistenti chiamate».

Continua Mercadante: «Si tratta di “buoni cattolici”, non di estremisti o di teppisti. […] Domando familiarmente a mons. Naro [tra i due “correva un’antica e consolidata amicizia”, come esordisce all’inizio Mercadante] se negli annali ecclesiastici ricorra con frequenza in terre di mafia la bastonatura di un vescovo. “Caso più unico che raro”, mi risponde. A chi converrebbe? Non certo alla mafia. Dove in Sicilia un vescovo fosse venuto in uggia alla gente, non lo si aggredisce per la strada, sta ai “buoni cattolici” darsi da fare per le vie gerarchiche: e una soluzione si troverà. “Ed allora perché – si domanda mons. Naro appoggiandosi la mano sul petto – tocca proprio a me il pubblico gesto intimidatorio, al limite del ludibrio, in eccezione alla regola, comunemente praticata anche in ambiente mafioso?” .Si accende a Cinisi, infatti, un lume nella notte, che manda messaggi cifrati.

La chiave per intenderli si troverà ben nascosta tra le carte di un dossier sulla morte di mons. Naro. Solo allora sarà abbastanza semplice, con quella chiave in mano, rintracciare la via tortuosa, in parte sotterranea, che collega l’incidente alla morte per l’andata e il ritorno. Ed è dunque sul sagrato di Santa Fara che bisogna scavare». Continua quindi, l’ex docente di Filosofia del diritto, sottolineando «la mancanza di un contenitore legale […] O tutte le notizie del genere sono finite in un buco nero? Si conoscono i nomi degli aggressori, sono segnati da qualche parte? […] […] Nessuno infatti è stato sentito, nessuna testimonianza raccolta […] come se siano gli stessi fatti, anzi misfatti, a correre spontaneamente verso l’insabbiamento» . Si chiede ancora Mercadante: «Agli atti nessuno risulta responsabile di reati, perché non ci sono atti. Ma non è un reato l’omissione degli atti?». Da parte sua, invece, mons. Naro non corre a costituirsi negli uffici dell’autorità giudiziaria, «non chiede “giustizia legale” a tamburo battente, lascia anzi intenzionalmente languire i suoi diritti di cittadino».

Il 7 novembre 2006 viene spedita da Alcamo una lettera anonima per posta ordinaria diretta a mons. Naro. Scrive Mercadante :  «A Cinisi, sulla scena del crimine, si sono viste ombre, marionette, pupi a filo. E ombre si profilano dietro la cortina fumogena di una lettera anonima al vetriolo». Secondo l’autore della lettera diretta all’arcivescovo, ci sarebbe una minoranza di sacerdoti «stanchi di subire soprusi da Lei e dai suoi compari lecchini, ignoranti e…, lasciamo stare». Nella lettera si chiama in causa la mafia: mons. Naro avrebbe permesso a molti preti «della fascia marina-collinare (Partinico) di assumere atteggiamenti imperiosi, da divi di Hollywood». Quindi l’accusa: questo clero collinare sarebbe mafioso, il vescovo sarebbe mafioso: «Probabilmente è Lei che glielo permette in quanto Le fa comodo o, possibilmente, è ignaro di quanto detto»; e vittime della mafia sarebbero invece dei sacerdoti costretti a coprirsi con l’anonimato.

Si chiede Mercadante:  «Chi tartassa queste perle di gentiluomini in abito talare? La mafia: ma non un’orda qualsiasi di pregiudicati, bensì un’élite di mafiosi in abito talare. E qui siamo al gioco delle tre carte: mafia il clero collinare, mafia il vescovo in carica, complice per un lato, inetto per l’altro; vittime della mafia una fascia di preti diseredati, che non si ribellano, coprendosi con la maschera dell’anonimato: che è truccatura di mafia». Dopo l’aggressione arriva ora la calunnia, che si trasforma «in arma letale. Naro e mafia infatti stanno agli antipodi». A questa lettera, che andrebbe analizzata «con una perizia d’ufficio», l’ex docente di Filosofia del diritto ne allega poi un’altra: quella che mons. Salvatore Cassisa, predecessore dell’arcivescovo Naro, spedisce al cardinale Re dopo aver ricevuto l’ordine scritto, da parte di Naro in una lettera datata novembre 2003, di troncare tutti i rapporti d’ufficio con la curia, il clero e i comuni fedeli, con i quali Cassisa mantiene ancora rapporti floridissimi.

«Qui a Monreale – scrive Cassisa a Re – Naro non è al posto giusto […] Si cerchi un’altra sede, si provveda dall’alto […] Dietro quella tenda sto nascosto, ma vigile, faccio finta di non sentire e di non vedere, ma il mondo è piccolo. Ed ora sono io, mons. Cassisa, ad escludermi da ogni anche minima corresponsabilità residua, alla luce degli ultimi amari eventi». Come osserva il professore emerito, «l’allusione è alla giornata amara di Cinisi», espressa «con il linguaggio del trionfatore». Ma, continua Mercadante, Cassisa non è un terzo osservatore: «egli è nella mischia, egli è l’antagonista […], cui nessuno può succedere, se non lo abbia prima ucciso». Ora, mons. Cassisa non ha opposto alcuna difficoltà all’arrivo di mons. Naro, ma «s’è fatto riconoscere un titolo a conservare la sua residenza onorifica nel Palazzo arcivescovile, in dipendenza e conseguenza dei suoi affari giudiziari. Quel titolo è come il privilegio di Costantino. E d’altronde il Palazzo è abbastanza grande per poter essere diviso tra il titolare emerito, che sta sopra, e il titolare ordinario, che sta sotto».

In una lettera, inviata a Mercadante, mons. Naro scrive: «[…] Spero comunque che Lei possa fare qualche cosa per aiutarmi; meglio: per aiutare la Chiesa di Monreale […] a me premerebbe che si comprendesse, da parte di chi ha la responsabilità di decidere, quanto danno arreca all’immagine della Chiesa in Sicilia e particolarmente a quella della Chiesa di Monreale, la permanenza dell’arcivescovo emerito mons. Cassisa – contro le norme canoniche – nello stesso palazzo del vescovo ordinario. […] Provo a sintetizzare i tre principali motivi che, secondo me, imporrebbero una decisa azione della Santa Sede per ottenere da mons. Cassisa di lasciare, se non la diocesi, almeno il palazzo arcivescovile». Ed ecco in sintesi i tre motivi, così come li descrive Mercadante: «Primo motivo: vita e miracoli di mons. Cassisa. Ne hanno scritto i cronisti, e se ne sono sentite di tutti i colori. Sul finire di una lunga stagione di grandi opere l’amministrazione della diocesi, monocraticamente gestita da mons. Cassisa, inciampa in inquietanti complicazioni giudiziarie non prive di rilevanza anche sotto il profilo del crimine organizzato. […] Si deve al peso ben calcolato di mediazioni e pressioni varie, organizzate dall’alto, se mons. Cassisa finisce col rimediare una stentata assoluzione. Ma non ne fa tesoro per ritirarsi nell’ombra».

Quindi il secondo motivo: «Naro si fa storico di se stesso, e mette il dito sulla piaga delle ribellioni, renitenze, congiure, schizofrenie, che devastano la sua diocesi, mentre il vescovo emerito, rinfrancato dal buon esito dei processi giudiziari, centellina come una bevanda miracolosa tutti i vantaggi dell’immunità». Ed infatti la gerarchia ecclesiastica non calcherà mai la mano contro di lui: a partire dal 2004 il cardinale Re invia al vescovo emerito una serie di lettere in cui gli chiede di lasciare il palazzo arcivescovile entro una certa data. Cassisa ignora le richieste, Re ritorna a scrivere, la situazione non si sblocca. Il dubbio che affiora è che vi sia un “tacito accordo” tra Cassisa e Re. In una lettera privata diretta a Mercadante, mons. Naro scrive ad un certo punto: «Io temo che il cardinale Re stenti a considerare che nella mia diocesi sono comprese capitali della mafia: Corleone, San Giuseppe Jato, Cinisi, Capaci, […] ecc.».

E lamenta il fatto che di fronte all’aggressione fisica di Cinisi – paese del grande boss Badalamenti e della vittima di mafia Peppino Impastato – non abbia ricevuto la solidarietà manifesta della Santa Sede, né della Conferenza Episcopale Italiana o Siciliana, e neanche del Metropolita card. De Giorgi, che però, in occasione dell’assoluzione definitiva di Cassisa, gli aveva inviato tramite comunicato stampa «un caloroso messaggio di congratulazioni!. Chi mi ha manifestato solidarietà – prosegue Naro – è stata l’anticlericale “Repubblica” di Palermo. Le confesso una certa amarezza. Ma il problema non è la mia amarezza. È l’immagine della Chiesa che simili fatti veicolano».«Il vescovo non ha ancora fatto la fine di Impastato: ma le premesse ci sono», continua Mercadante. «L’aggressione fisica è un punto di partenza, un “avviso di garanzia” in codice». Cassisa, da parte sua, voleva solo un po’ di riguardo. Perché «chi rispetta lui – afferma ancora il professore emerito della Sapienza – sarà rispettato a sua volta da chi è tenuto a obbedire e non obbedisce senza aver ricevuto il relativo ordine dalle capitali: Partinico, Corleone, Capaci ecc. ecc.».

Il terzo ed ultimo motivo della richiesta di Naro al cardinale Re, «è una vera e propria perorazione in difesa della effettività dell’ufficio ministeriale, a partire dalla sede propria e indivisibile dell’ufficio stesso». Non è quindi possibile “fare a metà”, sopra e sotto, all’interno del palazzo vescovile. Il Vaticano, però, continua a resistere e torna indietro con un compromesso. Ma il tavolo dei negoziati, imbandito a Monreale, va deserto. Solo il vescovo emerito Cassisa è possibilista: «Il vescovo ordinario, fuori sede perché in visita pastorale, fa sapere garbatamente che non c’è niente da negoziare. La legge è la Legge». Finalmente arriva il decreto, in data 23 agosto 2006, che impone al vescovo emerito Cassisa di lasciare il palazzo vescovile. E mons. Naro intona mentalmente il Te Deum di ringraziamento. Ma il vescovo ordinario, «dopo la lunga marcia, non metterà piede nella terra promessa», afferma Mercadante. Mons. Cataldo Naro, lasciato solo, muore: di “aneurisma” si legge nel referto medico datato 29 settembre 2006. Ma, conclude l’autore del saggio, è morto «perché poteva o perché doveva morire?» (Aa. Vv., Sorpreso dalSignore. Linee spirituali emergenti dalla vicenda e dagli scritti di Cataldo Naro [a cura di M. Naro], Sciascia Ed., Caltanissetta-Roma 2010, pp. 282-319). 

Oggi, malgrado siano trascorsi ormai tanti anni, non si può non ricordare la mancanza di un’iniziativa ufficiale, organizzata dall’arcidiocesi di Monreale, in occasione del primo anniversario della scomparsa del suo arcivescovo; né si possono dimenticare segnali come i funerali del boss Nenè Geraci celebrati, nel 2007, nella Chiesa Madre di Partinico, con relativi disordini; mentre niente è stato mai fatto concretamenteper gettare vera luce sull’intricata vicenda che ha riguardato l’episcopato e la morte, improvvisa e prematura, di mons. Cataldo Naro.

Prima di concludere, vorrei brevemente ricordare la figura di mons. Naro nelle sue molteplici sfaccettature: come storico, come vescovo, come docente, ed infine, ma non meno importante, come persona. La formazione intellettuale di Cataldo Naro è orientata in primo luogo alla ricerca storica. Ricchissima è la sua produzione storiografica e numerose sono le sue pubblicazioni, con una personale bibliografia che annovera circa 25 volumi. Tuttavia il suo maggiore impegno intellettuale si è profuso oltre che in favore del Centro Studi sulla Cooperazione “Arcangelo Cammarata”, che opera a San Cataldo (Caltanissetta) sin dal 1983, anche in favore della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo, dove ricopre l’incarico di professore stabile, di vicepreside e, per sei anni – dal 1996 al 2002 – di preside. Nel 1991, in Facoltà Teologica di Sicilia, ho l’opportunità di conoscere personalmente Mons. Naro come docente di Storia della Chiesa, nell’arco dei quattro anni previsti dal piano di studio, e in veste di tutor, figura allora voluta e promossa dalla Facoltà per supportare gli studenti: ruolo che egli svolgerà con slancio e umanità.

Per Cataldo Naro «la ricostruzione storica di quanto è accaduto nel passato non solo dà senso alla propria identità ma consente pure un sano “discernimento pastorale delle urgenze del (proprio) tempo e del (proprio) luogo” e garantisce “una presenza […] di vera influenza dei cattolici nella società” (così in un saggio contenuto nel suo volume Sul crinale del mondo moderno, a p. 270); mentre la ricerca storica, che ha una valenza “teologica”, aiuta a scoprire l’azione dello Spirito nella Chiesa, nell’uomo e negli avvenimenti stessi della storia» (F. Lomanto, Il ricordo di mons. Cataldo Naro nel decennale della suascomparsa, in «Ho Theologos» 34 [3/2016] p. 510). Si è saputo collocare «nel solco lungo del ricordo, non ridotto e non riducibile a mero vanto storico, delle grandi e vive testimonianze di sapienza evangelica, di intraprendenza pastorale, di operosità nel segno della carità e di cultura autenticamente rispettosa della dignità umana che, in questa nostra Chiesa [di Monreale], ci hanno lasciato le generazioni cristiane che ci hanno preceduti», coniugando sapientemente il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II, da lui definito «l’evento più importante della storia della Chiesa nel Novecento», alla continuità della Tradizione, fertile terreno dove queste figure sono cresciute e sono maturate alla fede, nel «ricordo di Dio» e del Vangelo.

Per «ricordo di Dio», Naro intende il ricordo che ognuno di noi ha di Lui «e che alimenta il sentimento della sua presenza nella nostra vita. Ma c’è, prima, un ricordo che Dio ha di noi e che è il suo usarci misericordia, come dice la stessa parola ri-cordare, passare nel cuore. E ancora, come dice il salmo 101, questo ricordo di Dio, che è la nostra salvezza, è per ogni singola persona ma anche per ogni generazione». Così «c’è una volontà salvifica di Dio per ogni generazione». «Tutti», infatti, «Dio vuole salvi. Ma si richiede anche che ogni generazione si ricordi di Dio, corrisponda al ricordo che Dio ha di essa. C’è un appuntamento che Dio fissa per ogni generazione» (tratto dal discorso di Cataldo Naro nel duomo di Monreale il 14 dicembre 2002; già pubblicato in «Bollettino Ecclesiastico» dell’Arcidiocesi di Monreale 82 [luglio-dicembre 2002] pp. 33-38).

Traspare qui l’amore che l’arcivescovo Naro serba per “tutti e ciascuno”, espressione ricorrente nei suoi scritti, ed il suo autentico amore per la Chiesa, che rinnovandosi cresce nel tempo e si sviluppa, «rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino», come avrebbe affermato papa Benedetto XVI nel suo «Discorso alla Curia Romana» del 22 dicembre 2005, pochi anni dopo. Autentico amore alla Chiesa, che, per Cataldo Naro, significa anche «generosa capacità di perdono e di superamento di ogni risentimento per guardare con speranza al futuro che il Signore prepara per noi […]. Tutti devono poter scorgere la bellezza della Chiesa. Ed è solo il nostro peccato ad oscurarla. È la nostra mancata testimonianza di unità e di concordia ad impedire il cammino degli uomini verso Cristo» (C. Naro, Amiamo la nostraChiesa. Lettera pastorale ai fedeli della Chiesa di Monreale, Arcidiocesi di Monreale, Monreale 2005, pp. 46-47).         

Così, nella sua ricerca storica, evidenzia come l’influenza dei grandi Santi, vissuti nelle varie epoche, divenga determinante, contribuendo anche in mododecisivo alla riforma della Chiesa. Propone la conoscenza più ravvicinata di queste personalità spirituali, soffermandosi non di rado e con un approccio innovativo sulle grandi figure femminili, stimolando nei suoi lettori – o ascoltatori – il desiderio di imitazione e di sequela. Ma la sua ricerca del passato, che sa rendere attuale, anzi metro di valutazione per il presente, siproietta in ultima analisi verso il futuro, verso “i tempi ultimi”: non credo potrò dimenticare il giorno in cui ha portato in aula, fra il tanto materiale con cui spesso si accompagnava, le copie della Lettera a Diogneto (Epistola a Diogneto [Cap. 5-6; Funk 1, 317-321]), che ha distribuito a tutti i presenti. Ricordo i suoi occhi brillare, diventare quasi lucidi, quando ne ha letto il contenuto. Riporto qui di seguito qualche stralcio: 

«I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere. Questa dottrina che essi seguono non l’hanno inventata loro in seguito a riflessione e ricerca di uomini che amavano le novità, né essi si appoggiano, come certuni, su un sistema filosofico umano.

[…] Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. […]

Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Anche se non sono conosciuti, vengono condannati; sono condannati a morte, e da essa vengono vivificati. Sono poveri e rendono ricchi molti; sono sprovvisti di tutto, e trovano abbondanza in tutto […]. I Giudei muovono a loro guerra come a gente straniera, e i pagani li perseguitano; ma coloro che li odiano non sanno dire la causa del loro odio.

Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. […] L’anima poi dimora nel corpo, ma non proviene da esso; ed anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. […]

L’anima ama la carne, che però la odia, e le membra; e così pure i cristiani amano chi li odia. L’anima è rinchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono detenuti nel mondo come in una prigione, ma sono loro a sostenere il mondo. L’anima immortale risiede in un corpo mortale; anche i cristiani sono come dei pellegrini che viaggiano tra cose corruttibili, ma attendono l’incorruttibilità celeste».

Dopo aver terminato la lettura del brano, mentre si accingeva a commentarlo, il volto del mio professore si è illuminato. Confesso che ho impiegato parecchi anni per comprenderne fino in fondo il perché. Poi ripensandoci, all’improvviso, mi è stato davvero chiaro il motivo di quelle emozioni: infatti Aldo Naro ha vissuto sulla terra ma ha posseduto la cittadinanza in cielo, ha amato tutti ed è stato perseguitato, è stato odiato ma coloro che lo hanno odiato non avrebbero saputo dire la causa del loro odio. Come un pellegrino che viaggia tra cose corruttibili, ha atteso con grande fede l’incorruttibilità celeste. Fino a raggiungerla.

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Perché boccio la Meloni

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

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Perché boccio la Meloni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Non vorrei andare troppo lontano con un “da che esiste il mondo”, purtuttavia si può affermare con scienza storica che la disoccupazione è residente in Italia da sempre. Che ora la Meloni pretenda di avere la ricetta risolutiva al problema – dopo che nemmeno i grandi economisti del passato e il fior fiore di statisti alla guida della nostra Nazione e dei suoi governi, lungo il corso democratico dell’Italia unita, l’abbiano mai potuta redigere, odora di presunzione. A meno che gli ingredienti non siano chiari, e chiari non sembrano affatto.

La Meloni immagina “per chi è in condizione di lavorare non di essere trattato come qualcuno che non è in condizione di lavorare ma di avere un posto di lavoro”. Sagace! Ora: ma se anche l’immaginazione supera la conoscenza come giustamente afferma Albert Einstein, qui manca la conoscenza degli ingredienti, che la Meloni pretende di avere spiegato senza nulla avere chiarito, dato che non si capisce dove sono i posti di lavoro di cui tanto straparla.

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Affermare come fa lei “che nella serietà delle proposte di Fratelli D’Italia gli italiani troveranno un futuro decisamente più dignitoso di quello garantito dalla sinistra” è una locuzione che definire assolutamente priva di contenuti è come chiamare docce le cascate del Niagara, perché dopo l’assoluto, dopo l’immaginazione, dopo la conoscenza esiste solo la fantasia pura.

Che “Il lavoro si può generare e trovare con politiche intelligenti”, come spiega brillantemente (?) Meloni, ricorda quel famosissimo “Ho detto tutto” di peppiniana memoria nei film del grande Totò. Forse è convinta che quelle povere ragazze e quei poveri ragazzi che nottetempo ti portano la pizza a casa siano meno intelligenti? o siano figli di un dio minore? o appartengano a famiglie inferiori? visto che dignitosamente, questi giovani, ma anche brizzolati, svolgono un lavoro schiavizzante anziché munirsi di Reddito di Cittadinanza?

Secondo l’interessata “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”. Bene. E allora corre l’obbligo di chiederle: visto che sei cosi brava e certa delle tue idee fantasiose, perché nel tuo programma prima non realizzi i posti di lavoro? Sulle ulteriori, preoccupanti, scoraggianti rassicurazioni, Meloni ha detto testualmente: “Il salario minimo non credo che risolva molto. La gente ha salari inadeguati perché la tassazione sul lavoro è al 46,65 per cento”, e ha pure detto che “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”.

E allora: se il salario minimo non risolverebbe molto, non si capisce perché, tra quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza ci siano tantissimi lavoratori con guadagni da fame (Meloni si informi all’INPS), cioè lavoratori che percepiscono il Reddito di Cittadinanza; la risposta è semplice: è proprio perché il Reddito sostiene la povertà e non la disoccupazione, come vorrebbe propinarci Meloni. Tanto è vero che nessun disoccupato benestante può percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dunque, se la gente ha salari inadeguati, è perché secondo lei la tassazione sul lavoro è al 46,65%. Cioè Giorgia Meloni è convinta, o così vuol farci credere perché torna utile alla sua campagna elettorale, che se un datore di lavoro pagasse meno tasse di sua iniziativa aumenterebbe lo stipendio ai propri dipendenti. Cos’è? una nuova favola per sprovveduti? o una promessa alle multinazionali che divorano già le piccole aziende e il lavoro degli artigiani?

Invito colei che parla del Reddito di Cittadinanza come di un metadone per tossici, ad andarsene al cinema a vedere Spaccaossa, perché dimentica, o fa finta di non sapere, che in Italia tanti poveri si sono fatti letteralmente rompere le ossa per simulare incidenti stradali e ottenere soldi dalle Assicurazioni. Per fame.

Perciò anziché basare la sua campagna elettorale sull’abolizione del Reddito di Cittadinanza (un’inezia, se rapportata ai mille veri sprechi miliardari italiani), Meloni cerchi e trovi altre argomentazioni più convincenti. Per esempio, cerchi tra agevolazioni, sussidi, finanziamenti, indennità, elargizioni a fondo perduto, e mille altre ancora, sono tantissime e abbracciano tutti i settori produttivi e, soprattutto, improduttivi.

In Italia, attraverso il debito pubblico, cioè indebitando gli italiani compresi quelli delle generazioni future, si finanziano giornali inutili, associazioni fantasiose, cooperative di comodo, industriali volponi, cliniche private, e via dicendo. Pertanto stranisce parecchio tanto fervore contro il Reddito di Cittadinanza, specie se si riflette sui milioni, milioni di stipendi per mantenere dipendenti pubblici figli del clientelismo, inattivi e improduttivi negli innumerevoli uffici pubblici del Paese.

Per non dire dei lavoratori in nero perché pensionati, perché percettori dell’indennità di disoccupazione, perché cassintegrati, e via dicendo, che sottraggono lavoro ai disoccupati. Ma forse ai loro furbetti datori di lavoro la formula senza rischi vertenza fa comodo. Ah dimenticavo: Meloni cerchi anche nei vari paradisi fiscali.

*Opinionista, critico d’arte

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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Sfatare il mito dell’LSD “terapeutica”

Di Jan Eastgate*

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Sostituire il Prozac con LSD è come scambiarsi poltrona sul Titanic | Rec News dir. Zaira Bartucca

La leggenda metropolitana (ormai ampiamente sbufalata) secondo cui la depressione sarebbe causata da uno squilibrio chimico nel cervello, ha determinato un boom di vendite di antidepressivi negli ultimi decenni, e viene rimodulata oggi per venderci l’idea che per la nostra salute mentale sarebbe invece assicurata da droghe psichedeliche. É da poco giunta conferma dal mondo scientifico che gli antidepressivi come Prozac, Zoloft e Paxil non sono più efficaci del placebo, e che non c’è alcuna evidenza scientifica di uno squilibrio chimico nel cervello, e l’industria psicofarmaceutica, spaventata dalla perdita di profitti, già propone di sostituirli con droghe psichedeliche in grado di generare guadagni per oltre 10 milioni di dollari. (1)

Un ulteriore incentivo per un revival delle sostanze psichedeliche viene dalla scadenza dei brevetti per alcuni dei più venduti antidepressivi: questa variazione di strategia assomiglia a un cambio di poltrone sul Titanic.  La teoria dello squilibrio chimico era basata sull’idea che gli antidepressivi potessero rimediare a un basso livello di serotonina nel cervello. Una teoria simile era stata proposta negli anni ’60 e ’70 per promuovere gli allucinogeni come l’LSD, prima che fosse messo al bando nel 1968: le sostanze psichedeliche sono oggi eufemisticamente ribattezzate “allucinogeni serotoninergici”. (2)

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David B. Yaden, professore associato presso il Centro per la Ricerca Psichedelica e Conscia della facoltà di medicina della Johns Hopkins University, nel maggio di quest’anno ha presentato al congresso annuale dell’Associazione Psichiatrica Americana un lavoro sull’evidenza scientifica dell’uso di sostanze psichedeliche in psichiatria, scrive: “le molecole di serotonina di fatto assomigliano molto a quelle di LSD e psilocibina – due allucinogeni serotoninergici.” (3)

Secondo la rivista Slate, le società farmaceutiche giudicano “inefficaci” i farmaci da prescrizione attualmente usati e vedono le sostanze psichedeliche come validi sostituti (4): una di loro nel reclamizzarle fa riferimento al “fallimento dei farmaci tradizionali”, sostenendo che “antidepressivi e ansiolitici a malapena fanno meglio del placebo” e che “è ora di trovare rimedi potenti che funzionino.” Di fronte alla minaccia di perdite finanziarie, l’industria psicofarmaceutica ora ammette che questi farmaci sono inefficaci e non fanno meglio del placebo, contraddicendo così ciò che loro stesse hanno sostenuto da trent’anni a questa parte. Ma se hanno mentito per tre decenni sullo squilibrio biochimico e sull’efficacia, cosa raccontano oggi riguardo le sostanze psichedeliche? 

Secondo quanto riferito da alcuni media, il 65% degli americani con problemi di salute mentale chiede di poter accedere al trattamento con sostanze psichedeliche. Questo “sondaggio” però era stato commissionato per la Delic Corporation, proprietaria dei Ketamine Wellness Centers (KWC – una rete di 13 cliniche ‘per il benessere’ cui se ne aggiungeranno altre 15 entro il 2024). Secondo la loro teoria, le proprietà allucinogene della ketamina sarebbero collegate al suo presunto effetto antidepressivo. La rivista Psychiatric Times ammette che l’uso di ketamina – in aumento nonostante la mancanza di approvazione FDA – “va oltre la comprensione scientifica” ma ciò non impedisce di concludere che “la ketamina potrebbe indurre alterazioni nella coscienza e nella personalità simili a quelle provocate dai serotoninergici psichedelici.” (5)

Un altro produttore di ketamina sostiene che sia possibile “ricalibrare il cervello durante il periodo ottimale della neurogenesi” (lo sviluppo di nuove cellule) e magnificando lo stato mentale ottenibile con un’iniezione di ketamina. La ditta in questione ha protetto con copyright il suo metodo di mescolare psicoterapia e ketamina, che “aiuta i pazienti a interpretare le loro esperienze durante lo stato mentale alterato.”! 

Le spiegazioni del perché queste sostanze psichedeliche “funzionano” sono dei veri slogan pubblicitari e, come quelle relative al presunto squilibrio chimico, sono prive di fondamento scientifico. I commenti del luminare di turno sono conditi di verbi al condizionale e al congiuntivo, e abbondano parole come “sembrerebbe” “suggerisce” “si ritiene”. Nel seguito qualche esempio:  

  • “Si pensa che gli allucinogeni producano il loro effetto di alterare le percezioni agendo su circuiti neurali del cervello che usano serotonina.”” (6)  – U.S. National Institute on Drug Abuse (NIDA) 
  • Gli allucinogeni causano un “temporaneo squilibrio chimico nel cervello che causa allucinazioni e altri effetti come l’euforia.” (7) – Elizabeth Hartney, psicologa, direttore del Centre for Health Leadership and Research al Royal Roads University, Canada. 
  • “Le sostanze psichedeliche inducono il cervello a cambiare transientemente in modalità che sembrano agevolare un reset e permettere l’alterazione delle modalità, precedentemente bloccate, di percepire e sentire le cose.”  (8)  – Dr. Jerrold Rosenbaum, direttore del Center for the Neuroscience of Psychedelics ed ex primario di psichiatria al Massachusetts General Hospital  
  • Le sostanze psichedeliche “cambiano le stesse strutture dei neuroni, il che può influenzare il cablaggio del cervello e, di conseguenza, il modo di percepire, pensare e comportarsi.” (9) – David E. Olson, professore associato, Department of Chemistry; Department of Biochemistry & Molecular Medicine; Center for Neuroscience, University of California, Davis 
  • “Gli scienziati non sono del tutto sicuri del perché le persone rispondano in maniera diversa a queste sostanze psichedeliche, ma nuove ricerche suggeriscono che la variazione genetica di un recettore di serotonina possa essere un fattore.”  (10)  – Healthline 

Conflitti d’interesse: gli strumenti del mestiere 

Nel settembre del 2021 Scientific American pubblicava un articolo molto elogiativo sui benefici delle sostanze psichedeliche. Gli autori, Danielle Schlosser e Thomas R. Insel, rispettivamente vicepresidente e azionista di Compass Pathway – una società che, secondo Bloomberg Businessweek, ha prodotto oltre trentamila dosi di psilocibina (11) scrivono che la loro ricerca ‘suggerisce’ che la psilocibina ‘è potenzialmente in grado’ di curare l’abuso di sostanze, compreso nicotina e alcol, e anche la depressione, aggiungendo che ‘quando è efficace, la sostanza sembra conferire effetti a lungo termine, suggerendo dunque che non si limiti a ridurre i sintomi ma rappresenti una vera cura’. 

Anche se questo “studio” è tutt’altro che conclusivo, il professor Paul Hutson, dell’Università del Wisconsin, ha anticipato che la FDA approverà questi farmaci per almeno qualcuno di questi scopi, probabilmente entro i prossimi 5 anni. (12) Da parte sua, il governo USA ha già attivato una corsia preferenziale per consentire l’approvazione veloce di ecstasy e psilocibina. (13)

L’uso ‘clinico’ aumenta l’abuso stradale 

Come già successe negli anni ’60, l’uso di allucinogeni si sta trasmettendo dal lettino psichiatrico ai marciapiedi. Una ricerca pubblicata dalla rivista Addiction (‘tossicodipendenza’) evidenzia un raddoppio di uso di allucinogeni tra il 2002 e il 2019 e, relativamente alla fascia di età da 18 a 25 anni, un aumento di quattro volte. (14)

I rischi sono ben noti: 

  • Seconodo NIDA (National Institute of Drug Abuse), “Gli effetti degli allucinogeni con LSD possono essere descritti come una psicosi indotta da sostanze: distorsione o disorganizzazione della capacità di riconoscere la realtà, ragionare in maniera razionale o comunicare con altri. Inoltre “L’uso di sostanze allucinogene produce anche tolleranza di altre sostanze appartenenti alla stessa classe, come psilocibina e peyote”. (15)
  • Secondo Katharine Neill Harris, ricercatrice alla Rice University in Texas, “Possono scatenare esperienze negative che cambiano la vita”.(16)
  • Il microdosaggio di LSD o psilocibina è già in uso ed è pericoloso. Si ritiene che l’assunzione di piccole dosi (circa 10% del consueto) distanziate di qualche giorno possa indurre benefici senza scatenare i famigerati ‘viaggi’, ma secondo il New York Times “può essere dannoso, e c’è perfino evidenza di possibili danni al cuore con l’uso prolungato”. Il microdosaggio di LSD sui topi produce un effetto opposto al ‘viaggio’: apparivano segni di psicosi e aggressività.” 

Dopo l’accettazione entusiasta degli antidepressivi, avvenuta nella seconda metà degli anni ’80, e durata fino ai giorni nostri, stiamo ora assistendo a una nuova accettazione entusiasta di queste sostanze (17) trainata da una riesumata teoria dello squilibrio chimico che preannuncia un ‘rinascimento’ nel campo della salute mentale. Ci sono voluti più di trent’anni per riconoscere che la teoria dello squilibrio chimico era pseudoscienza, in grado di fuorviare i consumatori in maniera pericolosa. Dovremmo ora riconoscere i segnali di una identica campagna di marketing sulle sostanze psichedeliche. 

*Presidente CCHR International


(1) Sonari Glinton, “Big Pharma Is Betting on Psychedelics for Mental Health: Will it Pay Off,” Slate, 18 Aug 2022
(2) NCBI
(3) “The Recent Resurgence of Psilocybin: Is It Here to Stay?” Psychiatric Times, 22 Aug. 2022
(4) Op. cit., Sonari Glinton, Slate, 18 Aug 2022l 
(5) Psychiatric Times – “Revisitinh hallucinogenic potential ketamine”
(6) “How Do Hallucinogens (LSD, Psilocybin, Peyote, DMT, and Ayahuasca) Affect the Brain and Body?,” National Institute of Drug Abuse
(7) “How Psychedelic or Hallucinogenic Drugs Work,”Very Well Mind, 25 Nov. 2020
(8) Peter Grinspoon, MD, “Back to the future: Psychedelic drugs in psychiatry,” Harvard Health Publishing, Harvard Medical School, 22 June 2021
(9) “Mind molding psychedelic drugs could treat depression and other mental illness” – The Conversation
(10) “People respond differently to psychedelic drugs and genetics could be one reason” Healt Line
(11) “Shroom-Therapy Startup Edges Toward FDA Approval: The feds have designated Compass Pathways’ experimental psilocybin treatment for depression a ‘breakthrough therapy,’” Bloomberg Businessweek, 6 Jan. 2020
Danielle Schlosser, Thomas R. Insel, “A Renaissance for Psychedelics Could Fill a Long-Standing Treatment Gap for Psychiatric Disorders.” Scientific American, 14 Sept. 2021
(12) Danielle Schlosser, Thomas R. Insel, “A Renaissance for Psychedelics Could Fill a Long-Standing Treatment Gap for Psychiatric Disorders.” Scientific American, 14 Sept. 2021
(13) Op. cit., Sonari Glinton, Slate, 18 Aug 2022 
(14) Hannah Sparks, “Millions more are tripping on psychedelic drugs than ever before: study,” New York Post: 19 Aug 2022
(15) “How Do Hallucinogens (LSD, Psilocybin, Peyote, DMT, and Ayahuasca) Affect the Brain and Body?” National Institute of Drug Abuse
(16) Kat Eschner, “The Promises and Perils of Psychedelic Health Care,” New York Times, 5 Jan. 2022
(17) “Comfortably Numb: How Psychiatry Is Medicating a Nation,” Medscape J Med. 2008

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LETTERE

Lo studio che getta una nuova luce sulle diagnosi psichiatriche

di CCDU*

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Lo studio che getta una nuova luce sulle diagnosi psichiatriche

Un nuovo studio, pubblicato da Psychiatry Research, ha concluso che le diagnosi psichiatriche sono prive di valore scientifico nell’identificare specifici disturbi mentali. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Liverpool, ha compreso una dettagliata analisi di cinque capitoli chiave dell’ultima edizione del DSM – il manuale dei disturbi mentali – e precisamente: schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo depressivo, disturbo da ansia e disturbo dovuto a trauma. I manuali diagnostici come il DSM furono creati con lo scopo di fornire un linguaggio diagnostico comune ai professionisti della salute mentale, tentando di sviluppare un elenco definitivo dei problemi mentali, incluso i loro sintomi. 

Il risultato dello studio si riassume in questi punti: 

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  • Tutte le diagnosi psichiatriche portano a prendere decisioni seguendo regole diverse 
  • C’è un enorme grado di sovrapposizione di sintomi tra le diverse diagnosi 
  • Quasi tutte le diagnosi mascherano il ruolo giocato da eventi traumatici e negativi 
  • Le diagnosi dicono molto poco sul singolo paziente e sul trattamento che necessiterebbe 

Gli autori concludono che l’etichetta diagnostica rappresenta un sistema categorico falso. Nelle parole del Dr. Kate Allsopp, coordinatrice del gruppo di ricerca: “Sebbene le etichette diagnostiche creino l’illusione di una spiegazione, esse sono prive di significato scientifico e possono creare stigma e pregiudizio. Spero che questo studio possa incoraggiare i professionisti della salute mentale a pensare al di là delle diagnosi e prendere in considerazione spiegazioni per il malessere mentale, come ad esempio traumi e altre esperienze di vita negative.” 

Secondo il Prof. Peter Kinderman, dell’Università di Liverpool: “Lo studio fornisce ulteriore evidenza sull’inadeguatezza dell’approccio diagnostico biomedicale in psichiatria. Le diagnosi, citate spesso e in maniera acritica come “vere malattie” sono di fatto costruite sulla base di criteri assai arbitrari, derivati da schemi incoerenti, confusi e contraddittori. Il sistema diagnostico parte dal presupposto erroneo secondo cui tutta la sofferenza derivi dai disturbi, e si affida a giudizi soggettivi sul cosa sia normale.” 

Rincara la dose il Prof. John Read, dell’Università di East London: “È forse ora di smettere di far finta che queste etichette pseudomediche contribuiscano alla nostra comprensione delle complesse cause del disagio umano, o del tipo di aiuto che ci serve quando ne soffriamo.” 

*Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

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