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Reputazione online, cosa (e chi) si nasconde dietro i servizi di rimozione di contenuti diffamatori | Rec News dir. Zaira Bartucca Reputazione online, cosa (e chi) si nasconde dietro i servizi di rimozione di contenuti diffamatori | Rec News dir. Zaira Bartucca

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Reputazione online, cosa (e chi) si nasconde dietro i servizi di rimozione di contenuti diffamatori

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Sarà capitato a più d’uno o a più d’una di diventare il bersaglio dell’hater di turno che agisce online. Molti assimilano questa figura a quella di un disturbatore, di un frustrato o di una persona che non rispetta le opinioni altrui, e in effetti in molti casi è così. Ma quello che molti non sanno è che raramente si tratta di casi isolati o di schegge impazzite. Sì perché ormai molti account social e diversi siti sono gestiti da spin doctor che fanno capo a determinate organizzazioni, politiche e no.

Hanno diversi compiti: orientare l’opinione pubblica sui temi scottanti e divisivi, caricare di una connotazione negativa determinate notizie catalogandole come “Fake News”, tacitare il dissenso colpendo i personaggi in vista o che non si piegano al politically correct facendo restituire sul loro conto risultati infamanti dai motori di ricerca. Per capire quanto una persona sia indipendente, infatti, ormai basta farsi un giro su Google: se il motore di ricerca restituisce risultati palesemente falsi e infamanti scritti da testate commerciali, da presunti fact checker o da piattaforme che utilizzano discorsi d’odio, si può sapere che la vittima con ogni probabilità è una persona libera che esprime senza paura le proprie opinioni.

Se gli operatori di settore comprendono con facilità tutto questo e sono in grado di riconoscere questi casi e le dinamiche che li hanno creati, la situazione è più complessa per il cittadino. Spesso il malcapitato di turno si trova a dover subire conseguenze negative sul proprio lavoro o nella propria vita privata solo perché, magari, ha scritto un’opinione legittima ma in controtendenza su Facebook o perché ha commentato la pagina di un personaggio pubblico.

A quel punto si trova, inspiegabilmente, bersagliato da decine e decine di account che “prendono in carico il caso”, provvedendo a demonizzare la persona sui social o tramite articoli e recensioni negative. Un sistema che serve a molte cose: tacitare le critiche, riscrivere comportamenti sociali, instillare idee, sdoganare comportamenti e ottenere gradimento politico. I temi maggiormente attenzionati e seguiti da queste organizzazioni e dai loro account e comunicatori (talvolta anche giornalisti insospettabili) attualmente sembrano essere il presunto cambiamento climatico, la guerra in Ucraina, virus e vaccini, utero in affitto e quanto gravita intorno all’ideologia lgbt.

Se si dice quello che si pensa o se si presentano determinate evidenze su questi argomenti, si può star certi di finire spiattellati su un qualche motore di ricerca e su Google in particolare, che nella maggior parte dei casi – come si può leggere nella Community di riferimento – rifiuterà la richieste di rimozione dei contenuti diffamatori che gli spin doctor hanno provveduto a spargere.

E’ qui entrano in gioco le Agenzie per la rimozione dei contenuti. In molti casi sono gestite proprio da personale contemporaneamente occupato in motori di ricerca come Google o con un passato nelle Bigh Tech, in altri sembrano vantare collegamenti di tutto rispetto. Fanno parte di un sistema sfaccettato dove si muovono figure disparate e dove si generano problemi di web reputation per poi guadagnare con la loro risoluzione.

Tra le Agenzie che abbiamo interpellato per capirne un po’ di più, c’è chi ha sbandierato collegamenti, oltre che con i motori di ricerca, con organizzazioni come Cyber Right, chi si è detto forte di facce amiche che lavorano nelle polizie internazionali e chi ha svelato legami con altre organizzazioni. “Tanto – è quanto ci ha detto il CEO Europe di una delle Agenzie – denunce e richieste di rimozione le fanno cadere tutte nel vuoto, e in quel caso possiamo entrare in gioco noi”.

“Entrare in gioco” significa assicurare la rimozione dei contenuti che ledono la reputazione online in tempi brevi, dietro il pagamento di una cifra che può partire dai 2000 euro e può raggiungere i 12.000 euro, che è la somma più alta in cui ci siamo imbattuti nel corso della nostra indagine. Un sistema distorto in cui il cittadino, del tutto inconsapevole dei collegamenti tra motori di ricerca e Agenzie, può cadere, convincendosi a pagare anziché esercitare i propri diritti per vie gratuite, legali e convenzionali.

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L’orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l’IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno

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L'orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l'IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’uso dell’intelligenza artificiale in campo militare sta sollevando importanti questioni etiche, a partire dall’utilizzo da parte di Israele nei raid. Prima dell’utilizzo dell’IA nei conflitti, aveva spiegato lo scorso anno in una intervista ad Ynet il capo del personale delle Idf Aviv Kochavi, gli obiettivi militari generati erano circa 50 all’anno. Adesso si arriva senza difficoltà a 100 obiettivi militari al giorno. Questo aumento esponenziale e questo utilizzo fuori controllo della tecnologia sono la causa, rileva Lorenzo Forlani dalle colonne del Fatto Quotidiano, di una vera e propria “fabbrica di omicidi di massa“.

L’IA è uno strumento potente per la generazione di obiettivi militari sfruttato dalle intelligence di tutto il mondo. Attraverso complessi algoritmi di riconoscimento delle immagini e di analisi dei dati, i sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale possono identificare in modo rapido e preciso possibili bersagli. Grazie alla loro rapidità di elaborazione, questi algoritmi possono generare una quantità impressionante di obiettivi militarmente sensibili ogni giorno. E’ chiaro, però, che l’IA non è in grado di tenere conto – né mai lo sarà – dei risvolti etici, di comprendere quali siano i risultati degli attacchi e di considerare i danni gravissimi e spesso letali che si infliggono a intere popolazioni.

L’uso dell’IA nella generazione di obiettivi militari solleva infatti preoccupazioni legate alla responsabilità e all’impatto umanitario. Le decisioni relative all’utilizzo di obiettivi militari generati tramite IA richiedono un’adeguata ponderazione delle conseguenze e delle implicazioni reali. Mentre l’IA può fornire informazioni utili per guidare le operazioni militari o prevenirle, la decisione di agire deve ancora appartenere agli esseri umani, in modo da garantire il rispetto per i diritti umani e dei trattati internazionali e la sicurezza dei civili.

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Il boomerang del politicamente corretto si ripercuote su Google

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Il boomerang del politicamente corretto si ripercuote su Google | Rec News dir. Zaira Bartucca

Nuova tegola sulla Big Tech Google, che dopo le multe per abuso di posizione dominante e per la mancata rimozione dei contenuti illeciti dovrà pagare un altro milione di dollari. Il motivo è paradossale, se si pensa che il colosso tecnologico arcobaleno – che sostiene di difendere i diritti delle persone – dopo una causa intentata nei suoi confronti dovrà sborsare questa cifra di tutto rispetto per aver discriminato una donna. Colpevole, forse, di non rappresentare le categorie che l’azienda gradisce maggiormente.

Si tratta di Ulku Rowe (nell’immagine) l’esecutivo di Google Cloud che ha citato in giudizio l’azienda per aver favorito l’ascesa degli uomini, “dando loro – scrive Player.it – maggiori stipendi e garantendo loro promozioni nonostante non fossero portati per i ruoli garantiti. La giuria che ha presieduto al processo ha dato ragione alla donna e per questo Google deve a lei sia i danni materiali, sia quelli emotivi. A peggiorare la situazione ci ha anche pensato la compagnia, che prima del processo pare l’abbia pure trattata male”.

Definitivo il commento della legale di Ulku Rowe, Cara Green, che ha sottolineato come “tante grandi aziende si siano create un’aurea di inclusione solo di facciata, che nel concreto si è rivelata completamente falsa”.

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Caller ID Spoofing, cos’è e come difendersi

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Caller ID Spoofing, cos'è e come difendersi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Un successo pieno, che potrebbe segnare una nuova fase nelle truffe bancarie a favore delle vittime. Questo il giudizio dell’associazione Codici in merito al pronunciamento dell’Arbitro Bancario Finanziario sulla frode subita da una cliente di una nota banca, che si è conclusa con il riconoscimento del rimborso dell’intero importo sottratto dai malviventi. Un caso di caller ID spoofing, una tecnica fraudolenta che consiste nel modificare il numero del chiamante, fingendosi ad esempio un istituto bancario, per indurre la vittima a comunicare dati personali utili ad attuare la truffa. Nel caso seguito dall’associazione Codici, la cliente di ING Bank, una cittadina bergamasca, ha ricevuto prima una telefonata e poi un SMS da numeri ufficiali dell’istituto.

“La truffa – spiega Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici – è iniziata con una chiamata sul cellulare della nostra assistita da parte di un soggetto che si è presentato come operatore ING e che la informava che erano in corso operazioni fraudolente tramite la carta di credito e la carta di debito. Attenzione, la chiamata arrivava dal numero ufficiale della banca, quindi per la cliente non c’era motivo di insospettirsi, anzi, si è subito attivata per cercare di bloccare i tentativi di furto.

Seguendo le indicazioni dell’operatore, ha fornito le ultime quattro cifre delle proprie carte come operazione di verifica. Poco dopo, ha constatato che erano stati effettuati dei prelievi di circa 800 euro su entrambe le carte e successivamente ha ricevuto anche un SMS, sempre dal numero della banca, in cui veniva informata prima degli addebiti e poi del riaccredito delle somme. Il giorno successivo, però, il riaccredito non era ancora avvenuto. A quel punto ha contattato il servizio clienti della banca, scoprendo di essere stata vittima di una truffa. Da lì la denuncia ai Carabinieri e la comunicazione all’istituto di non aver autorizzato le due operazioni.

La banca, però, non ha riconosciuto le ragioni della cliente ed a quel punto è iniziato l’iter che ha portato al ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario, che nei giorni scorsi si è concluso con una vittoria. L’Abf, infatti, ha disposto il rimborso della nostra assistita. Una pronuncia importante, quasi in controtendenza, perché finora alle vittime è stata attribuita la responsabilità della truffa. Il caso che abbiamo seguito, uno dei tanti che quasi quotidianamente arrivano ai nostri sportelli, dimostra che non è così. I clienti ricevono le comunicazioni da canali ufficiali della propria banca, quindi è logico che si fidino, che seguano le indicazioni che arrivano dagli operatori, soprattutto in una situazione delicata, nel corso di un’operazione fraudolenta.

Riteniamo che più che chiedere ai clienti di trasformarsi in esperti informatici per smascherare i tentativi di truffa, sia necessario imporre agli istituti di migliorare i sistemi di sicurezza per garantire un livello di protezione maggiore ai propri clienti, intervenendo rapidamente per tutelarli invece di scaricare su di essi ogni responsabilità. Ci auguriamo che la pronuncia ricevuta dall’Abf nel caso seguito segni l’inizio di una nuova fase, più attenta ai consumatori. Naturalmente rinnoviamo l’invito a mantenere alta la guardia. Bisogna fare attenzione alle comunicazioni che si ricevono dalla banca, anche quando arrivano da canali ufficiali. È necessario mantenere la calma e contattare subito il servizio clienti per verificare la situazione. Bisogna essere prudenti e proteggere i dati personali”.

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Lavoro, sempre più richiesta la figura del Cloud Developer. Ecco cosa fa

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Lavoro, sempre più richiesta la figura del Cloud Developer. Ecco cosa fa | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il mondo dell’IT è in costante evoluzione, e per farne parte è necessaria una formazione continua. Secondo i dati di Fòrema – ente di formazione di Assindustria Veneto Centro – le aziende sono alla costante ricerca di cloud developer, professionisti della programmazione capaci di tenere in piedi l’infrastruttura digitale aziendale. Infatti, gli investimenti fatti in produzione e negli uffici per sfruttare il potenziale delle tecnologie digitali, richiedono figure preparate a governare i software e dialogare con i sistemi informativi. Figure strategiche non solo per la capacità di scrivere e sviluppare codice, ma anche per farsi portatori di un approccio funzionale alle attività d’impresa.

“Sempre più aziende richiedono la costruzione e manutenzione di servizi in cloud”, dichiara Roberto Baldo, responsabile attività finanziate di Fòrema. “La figura del Cloud Developer nasce in risposta a questo bisogno, contribuendo alla pianificazione, all’implementazione e al deployment in ambiente cloud degli applicativi. Siamo sicuri che il corso che proponiamo sia un ottimo modo per entrare nel mondo del lavoro proponendosi con skill molto ambite e richieste dagli imprenditori”.

Queste tesi vengono supportate anche da un recente sondaggio di Fòrema sui “fabbisogni professionali delle imprese” condotto lo scorso anno su di un campione di 208 intervistati, tra manager delle risorse umane, imprenditori, responsabili di funzione. Tra i profili professionali che mancano sul mercato, il cloud developer si colloca al primo posto tra i ruoli non operativi, grazie alla sua versatilità che gli permette di inserirsi in aziende produttive, software house e service companies. Sette aziende venete su dieci cercano profili di questo genere attivamente.

Il corso biennale per diventare Cloud developer

Da qui, la nascita di un corso biennale promosso dalla Fondazione “Digital Academy Mario Volpato” e gestito da Fòrema, un corso da 1000 ore di formazione e 800 di tirocinio aziendale, che si è posto come obiettivo la creazione dei cloud developer del futuro.

I giovani iscritti impareranno, tra le altre cose, a implementare script, utility e semplici applicazioni con l’utilizzo del linguaggio e della piattaforma più adatti alle specifiche funzionalità che devono essere supportate, garantendo criteri qualitativi di efficacia ed efficienza attraverso l’utilizzo adeguato di strutture dati, algoritmi e frameworks. Ma anche a raggiungere una piena autonomia nello sviluppo di applicazioni server side per la gestione della comunicazione tramite web service. Partendo da diverse tipologie di mockup, saranno in grado di interpretare in maniera corretta la struttura organica più appropriata per la trasposizione degli elementi in rete e utilizzare i servizi base di un tipo di piattaforma Cloud.

Un corso che permetterà ai partecipanti di ottenere un diploma Its. Gli Its, istituti tecnici superiori, va ricordato, avviano percorsi di specializzazione tecnica post diploma, riferiti alle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività del paese, corsi che esistono dal 2008. Sono lezioni altamente tecniche: almeno il 30% della durata dei corsi è svolto in azienda, il 69% degli insegnanti proviene dal mondo del lavoro e mediamente si organizzano corsi da quattro semestri (1.800 ore) per classi composte da 20/25 studenti. È una delle migliori porte di accesso alle aziende: in media l’86% degli studenti trovano lavoro anche perché il 56% delle loro ore sono dedicate agli stage aziendali.

SCHEDE DI APPROFONDIMENTO

COSA FA UN CLOUD DEVELOPER? Progetta, sviluppa e ingegnerizza singoli componenti per applicazioni web; progetta e realizza API e microservizi; sviluppa applicazioni Web e Mobile connesse ai servizi Cloud; implementa architetture software di alta affidabilità e alte prestazioni; implementa processi di orchestrazione e automazione del deployment; collabora proattivamente nei team di sviluppo e manutenzione evolutiva delle soluzioni software con metodi Agile. In azienda può occupare diversi ruoli. Cloud Architect: implementa infrastrutture. DevOps Engineer: Gestisce l’infrastruttura aziendale. Cloud Security Specialist: sviluppa piani di sicurezza e implementa misure adeguate per proteggere i dati. Cloud Data Analyst: Utilizza le tecnologie cloud per analizzare grandissime mole di dati.

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