Vaccini obbligatori per i sanitari, gli scogli al nascituro decreto Cartabia


Lo avevamo anticipato mesi fa: la figura di Marta Cartabia – ex presidente della Corte Costituzionale – sarebbe stata centrale nella questione vaccini. Nella fattispecie, nella loro possibile imposizione. In questo senso vanno…



Lo avevamo anticipato mesi fa: la figura di Marta Cartabia – ex presidente della Corte Costituzionale – sarebbe stata centrale nella questione vaccini. Nella fattispecie, nella loro possibile imposizione. In questo senso vanno le dichiarazioni rilasciate ieri da Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa che si è tenuta a Palazzo Chigi. Il premier non ha lasciato spazio a dubbi sui piani che potrebbero riguardare i medici e gli operatori sanitari che non vogliono sottoporsi a vaccinazione. “Il governo – ha detto – intende intervenire: non va bene che operatori sanitari non vaccinati siano a contatto con malati. La ministra Cartabia sta prendendo un provvedimento a riguardo”. Si parla di un decreto ad hoc, elaborato da chi in termini di imposizioni sanitarie ha dimostrato una certa sensibilità, se così si può definire. Era la fine del 2017 quando Cartabia poneva una pietra tombale sulle riserve espresse dalla Regione Veneto al Decreto Legge n.73 del 7 giugno 2017, poi convertito nella legge 119/2017: la tristemente nota Legge Lorenzin, che dietro di sé oltre alle imposizioni coatte e alla negazione del diritto all’istruzione alla categoria dei non vaccinati lasciava anche strascici di bambini e bambine danneggiati per sempre, nel silenzio totale dei media di massa.


Era l’alba di un futuro in cui – ha di recente dichiarato il commissario europeo per l’agenda digitale Margarethe Vestager – “i vaccini diventeranno una cosa comune“. Sempre che si riesca a far passare in secondo piano tutta una serie di tutele su cui il cittadino continua a contare. L’impostazione è comunque chiara: il focus deve passare dalla cura dei malati – lasciati fuori dagli ospedali anche quando riportano patologie oncologiche – alla cura dei sani, persone cui verranno imposti vaccini sperimentali e terapie geniche, forti degli scudi penali con cui l’Europa intende schermare le responsabilità. Anche questo – ha spiegato Draghi – sarà un’aspetto che verrà inserito nel decreto Cartabia, assieme a corposi indennizzi per i “danneggiati irreversibili”. Che quindi esistono ed esisteranno sempre più dopo la somministrazione su larga scala a cui punta il Generale Figliuolo. Danneggiato irreversibile potrebbe essere chi – per timore di un virus che si cura – si sottoporrà a un vaccino in grado di provocargli una malattia capace di durare per sempre, come quelle descritte dalla dottoressa Loretta Bolgan. Altro che covid.


Appare poi chiara la tabella di marcia, che nel giro di un lustro dovrebbe permettere l’inserimento di tutte le categorie sociali strategiche in termini di welfare e di produttività – nel sistema ricattatorio pensato dai piani alti. Ieri erano i bambini, oggi sono i medici e gli infermieri, domani i lavoratori delle aziende e dopodomani i pensionati. Ogni giorno, l’asticella del dibattito e delle azioni si sposterà un po’ più in là, finché i tempi in cui si viveva liberamente e sani – forti dei propri sistemi immunitari – verranno dimenticati. Ma stavolta la strada potrebbe non essere in discesa come ai tempi della Legge Lorenzin, per tutta una serie di ragioni.



Anzitutto, i principi costituzionali. L’Italia checché ne dicano Rezza e Draghi continua ad essere una Repubblica (apparentemente) democratica, fondata sul lavoro. Non sull’emergenza sanitaria e sul trattamento sanitario obbligatorio. L’Articolo 2 della Carta Costituzionale riconosce al cittadino i suoi “diritti inviolabili, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. L’Articolo 3 si concentra sulla rimozione degli ostacoli che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, assunto ben diverso dal creare cavilli per impedire la partecipazione del cittadino alla vita lavorativa del Paese. L’articolo 5 della Costituzione – semmai ci siano tentazioni interpretative – è ancora più esplicito: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Questo senza scomodare l’articolo 32 della Costituzione e successivamente tutta la normativa in vigore sui trattamenti sanitari obbligatori, lo statuto dei lavoratori e quanto previsto in materia di licenziamenti illegittimi. La Costituzione è – come dicono alcuni – carta straccia? No, anzi è una norma di rango primario, come spiegato con estrema cognizione di causa dall’avvocato del Foro di Roma Angelo Di Lorenzo e dal presidente delle Camere Civili Italiane Antonio de Notaristefani. E, fin qui, ci sono solo alcuni degli ostacoli di natura normativa con cui dovrebbe confrontarsi il nascituro decreto Cartabia.


Ci sono poi gli ovvi paletti imposti dai vari organismi di tutela, che negli ultimi mesi sono stati messi sul chi va là dai toni perentori dei governi Conte e Draghi. A febbraio il Garante per la Privacy metteva nero su bianco che “il datore di lavoro non può chiedere ai propri dipendenti di fornire informazioni sul proprio stato vaccinale, o copia dei documenti che comprovino l’avvenuta vaccinazione”, figurarsi se può imporre licenziamenti o demansionamenti. Questo, ovviamente, varrà per gli operatori sanitari e gli infermieri che prestano servizio nel privato, mentre nel caso degli ospedali pubblici il datore di lavoro coincide con lo Stato. Sarà legittimo, in quel caso, l’azione di uno Stato che diventerebbe a tutti gli effetti paternalistico e nemico della libertà di scelta e delle libertà individuali? Decenni di battaglie e di conquiste, spazzate via in un colpo solo. Come nel caso delle lotte sindacali. Proprio dalle sigle maggiori – Cgil, Cisl e Uil – a inizio marzo era giunto il monito di evitare contraccolpi sui lavoratori nel corso della campagna di vaccinazione. Diversi i segretari che avevano chiesto alle imprese garanzie contro i licenziamenti, contro i demansionamenti di cui già si parla, contro i confinamenti domestici, le trattenute e gli azzeramenti degli stipendi. Un discorso che vale per molti lavoratori ma che fino a questo momento non vale per medici e infermieri, la cui azione di tutela è svolta, rispettivamente, dall’Ordine dei medici e dal sindacato Nursing Up, entrambi spalmati su posizioni filo-vacciniste a prescindere.


Ci sono poi due ultime questioni. Una è di natura sociale, e riguarda i cosiddetti “No vax“. Non esiste un partito o un movimento che abbia questo nome, essendo i “novax” e gli “antivaccinisti” una costruzione della stampa commerciale che serve ad etichettare chi dimostra senso critico nei riguardi dell’obbligo vaccinale. Tra di loro, persone che si sono sottoposte ai vaccini e continuano a sottoporvisi, ma che nel caso del vaccino anti-covid nutrono alcune perplessità enucleate nell’ultimo anno anche da medici e virologi esperti. Non c’è nessuna categoria, ma solo persone che esprimono delle riserve che in molti casi sono anche legittime e motivate. Lo scandalo AstraZeneca parla da solo. Si può imporre per decreto di colpire, sanzionare, licenziare un lavoratore perché non vuole sottoporre il suo corpo a possibili danni permamenti, o perché non ha fiducia in preparati farmaceutici tuttora in fase sperimentale, visto che ufficialmente, la sperimentazione dei vaccini anti-covid terminerà solo nel 2023? Si può tentare di punire per decreto chi si permette di dissentire, privandolo del diritto al lavoro, provandolo della propria auto-determinazione e della possibilità di mantenersi economicamente? E’ lecito spostare di reparto, demansionare, allontanare chi oggi è diventato medico o infermiere per vocazione personale all’assistenza e per competenze acquisite nell’ambito di un percorso formativo e lavorativo complesso? Difficile ottenere delle risposte in un Paese in cui si pensa che anche un tirocinante, un laureando in medicina, un infermiere banconista o un militare ordinario possano somministrare un vaccino a mRNA.


Le riserve, infine, di natura etica. Diversi medici – in Italia e all’estero – hanno denunciato negli ultimi anni il complesso processo che porta al vaccino finito, che in molti casi prevede la coltura all’interno di feti abortiti. A pratiche come queste è votato il risparmio delle case farmaceutiche, con buone possibilità in netta correlazione con l’azione di determinati organismi che premono sugli aborti di massa. Nessuna teoria complottista, come piace sostenere agli inquisitori del sistema: a dicembre sull’argomento si pronunciava perfino Vaticano, ammettendo l’utilizzo di vaccini ottenuti con cellule da feti abortiti ed esprimendo – per assurdo – parere favorevole. Parere che tale rimane e che, innanziutto, si può scontrare (perdendo) sul diritto all’esercizio dell’obiezione di coscienza, o sul diritto correlato all’esercizio di un culto religioso che non ammette determinati trattamenti sanitari.


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