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Dal 9 novembre in poi è più facile spiegarsi i toni allarmistici – sempre in bilico tra il procurato allarme e il terrorismo psicologico – di tv ed emittenti radiofoniche. Di più: hanno anche un nome, ed è “criteri di verifica e delle modalità di erogazione degli stanziamenti previsti a favore delle emittenti locali televisive e radiofoniche”. Il riferimento è a un provvedimento che il ministero dello Sviluppo economico e i suoi sottosegretari hanno voluto per quelle realtà informative che, nel pratico, si prestano alle comunicazioni-necrologio in stile Angelo Borrelli.

La misura è stata pubblicata il 9 novembre in Gazzetta Ufficiale, e prevede lo stanziamento di ben 50 milioni da erogare alle emittenti che “si impegnano a trasmettere i messaggi di comunicazione istituzionale relativi all’emergenza sanitaria all’interno dei propri spazi informativi”. Paradossalmente, mentre i numeri – perfino quelli ufficiali – sono sempre più incoraggianti, il governo pensa ai modi per far andare avanti all’infinito l’idea di emergenza. Ovviamente, la comunicazione rimane il modo migliore per mettere il carico da novanta a pericoli che sono più percepiti che reali.

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Cinquanta milioni per prevenzione, cure, per dare fiato o generi di prima necessità a chi ha perso tutto, anche grazie ai lockdown che secondo lo stesso Cts si potevano (dunque si possono) evitare? Macché. Meglio regalarli – la si chiami mancia o come meglio si crede, in un’ottica davvero svilente della professione – a chi darà prontamente conto dell’ennesimo Dpcm o dei numeri di Arcuri, Rezza e degli altri smentiti dall’Istat. Per chi sta al governo e per chi ha bisogno dell’emergenza eterna per ottenere un posto al sole, è molto meglio così.

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Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell'attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l'abilitazione per iscriversi all'Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell'Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l'incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull'affare Coronavirus e su "Milano come Bibbiano". Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de "I padroni di Riace - Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato". Telegram: t.me/zairabartucca - sito: www.zairabartucca.it

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Cosa c’è di vero sul decreto che assegnerebbe i “pieni poteri” a Draghi

In questi giorni circola la notizia secondo cui il decreto 133 del 1 agosto 2022 che entrerà in vigore il 24 settembre consegnerà al premier in carica Mario Draghi i “pieni poteri”. Il provvedimento è stato commentato da insigni giuristi, ma il vortice dei social e gli stravolgimenti posti in essere da alcuni hanno fatto sì che nel mare magnum di internet si perdesse un po’ di vista il suo reale contenuto

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Mario Draghi è il nuovo presidente incaricato | Rec News direttore Zaira Bartucca

In questi giorni circola la notizia secondo cui il decreto 133 del 1 agosto 2022 che entrerà in vigore il 24 settembre consegnerà al premier in carica Mario Draghi i “pieni poteri”. Il provvedimento è stato commentato da insigni giuristi, ma il vortice dei social e gli stravolgimenti posti in essere da alcuni hanno fatto sì che nel mare magnum di internet si perdesse un po’ di vista il suo reale contenuto.

Il testo si può leggere direttamente in Gazzetta Ufficiale e – se non si cede a facili allarmismi e si ha la pazienza di andare fino in fondo al testo e all’articolo 15 – si può notare che il provvedimento è subentrato a uno analogo del 2014, che il decreto 133 del 1 agosto abroga. In pratica di poteri simili avrebbero già goduto i governi Renzi, Letta, Gentiloni, Conte e, ovviamente, Draghi. Non si parla, poi, di “pieni poteri”, ma di “poteri speciali” in ambiti che spaziano dalla sicurezza all’energia, dall’economia alla tecnologia.

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Cosa c'è di vero sul decreto che assegnerebbe i "pieni poteri" a Draghi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Si tratta in pratica del cosiddetto esercizio del “Golden power“, uno strumento normativo che i Paesi sovrani possono applicare per delimitare alcuni settori rilevanti per la sicurezza e lo sviluppo nazionale. I governi possono utilizzarlo, per esempio, per porre dei limiti alle privatizzazioni, oppure per apporre veti all’acquisto, da parte di Stati esteri, di asset essenziali. L’Italia è considerato un Paese che ha fatto ampio ricorso negli ultimi anni del Golden power: lo avrebbe scomodato oltre 400 volte per le imprese ma, nei fatti, la sua sovranità si è andata assottigliando di anno in anno, erosa dall’Unione europea e dalle interferenze di organismi esteri.

Cosa c’è di diverso nel Decreto 133 dell’1 agosto 2022 rispetto al passato? Si introduce anzitutto un Dipartimento per il coordinamento amministrativo che interloquisce con tutti i ministeri. In seno al Dipartimento è costituito il “Nucleo di valutazione e analisi strategica“, costituito da dieci componenti che potranno contare su “compensi fino a 50mila euro netti per singolo incarico“. Una cosa utilissima, in tempi di tagli ai parlamentari.

Viene poi affrontata la vulnerabilità dei sistemi informatici nazionali, evidentemente un problema sempre più concreto e imminente a causa della digitalizzazione in atto della pubblica amministrazione. Si parla anche (ma questo è passato completamente sottotraccia) del 5G: il decreto stabilisce infatti che le aziende in corsa per lo sviluppo della tecnologia di quinta generazione siano chiamate a rapportarsi con la presidenza del Consiglio dei ministri, cui devono presentare un piano con aggiornamento quadrimestrale e dei progetti di fattibilità.

I settori toccati dal decreto sono i più disparati: a voler semplificare, si potrebbe dire che il governo abbia in qualche modo voluto marcare il territorio mettendo nero su bianco quali sono le sue sfere d’azione, ritagliando in più un posticino per chi non otterrà uno dei 600 scranni ora a disposizione tra Camera e Senato. Certo le passate condotte del governo Draghi non sono rassicuranti, ed è legittimo che possano portare alcuni a nutrire dubbi o preoccupazioni. Questa volta, però, più che dell’ennesimo tentativo di fare il ducetto della situazione sembra che si voglia rispondere alle pretese presidenzialiste che potrebbero consegnare la gestione di settori chiave non più soggetti istituzionali interconnessi, ma ad un unico capo (o capa) che potrebbe farne il buono e il cattivo tempo. Questo spiegherebbe anche la data di entrata in vigore, che è il 24 settembre, un giorno prima delle elezioni politiche.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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Il rapporto shock: Planned Parenthood in un anno ha ucciso altri 383mila nascituri

Un bambino ammazzato ogni 83 secondi. 1050 nascituri abortiti ogni giorno, pari a 383.000 in un anno. Sono i numeri agghiaccianti di Planned Parenthood, l’organizzazione fortemente interconnessa ai dem americani che sostiene la morte in grembo materno, praticandola in cliniche sparse per tutti gli Stati Uniti. Il rapporto 2020-2021 rileva che l’organizzazione ha guadagnato grazie all’aborto e ad altre pratiche che definisce di “salute riproduttiva” (compresa la sterilizzazione umana) oltre 1700 miliardi, 633,4 milioni dei quali versati dai contribuenti

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Il rapporto shock: Planned Parenthood in un anno ha ucciso altri 383mila nascituri | Rec News dir. Zaira Bartucca

Un bambino ammazzato ogni 83 secondi. 1050 nascituri abortiti ogni giorno, pari a 383.000 in un anno. Sono i numeri agghiaccianti di Planned Parenthood, l’organizzazione fortemente interconnessa ai dem americani che sostiene la morte in grembo materno, praticandola in cliniche sparse per tutti gli Stati Uniti. Il rapporto 2020-2021 rileva che l’organizzazione ha guadagnato grazie all’aborto e ad altre pratiche che definisce di “salute riproduttiva” (compresa la sterilizzazione umana) oltre 1700 miliardi, 633,4 milioni dei quali versati dai contribuenti. “Alla faccia del no profit”, commenta Life News, che per primo ha proposto il report e ha riflettuto su come l’aborto rappresenti un ghiotto business per determinate organizzazioni.

La testata evidenzia anche come la percentuale di aborti sia aumentata dell’8% rispetto all’anno precedente, il che si traduce in circa 30mila bambini uccisi in più. Nel 2019 il gigante dell’aborto ha ucciso 354.871 bambini negli aborti. Ma mentre aumenta il numero di infanticidi promosso da Planned Parenthood, “il numero di aborti negli Stati Uniti è aumentato solo del 2%— chiarisce ancora Life News – rendendo così l’organizzazione colpevole di una percentuale sempre più grande di tutti gli aborti compiuti negli Stati Uniti ogni anno. L’Istituto Guttmacher stima che gli aborti totali (per l’anno di riferimento, nda) siano stati 930.160: questo significa che Planned Parenthood ammazza il 41% di tutti i bambini uccisi in aborti negli Stati Uniti”.

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Il decremento delle altre prestazioni sanitarie

Nel 2020, inoltre, i centri sanitari di Planned Parenthood hanno avvicinato 2,16 milioni di pazienti, cui collettivamente sono stati forniti oltre 8,6 milioni di servizi. Il dato rappresenta una diminuzione di 240.000 pazienti e un calo del 10% rispetto al 2019. Se, dunque, da un lato l’organizzazione ha aumentato i servizi di contraccezione, dall’altro ha erogato meno visite specialistiche, meno prestazioni di prevenzioni e meno esami sanitari rispetto all’anno precedente rispetto a cui – come evidenziato – è stato registrato un aumento degli aborti dell’8%.

In pratica a fronte dell’uccisione di 383.000 nascituri, solo 8.775 donne sono state aiutate con l’erogazione di cure prenatali. “Ciò significa – desume Life News – che Planned Parenthood ha ucciso 43 bambini in aborti per ogni bambino che ha aiutato a nascere. Questo per quanto riguarda la pianificazione della genitorialità”.

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Appalti ONU, cresce il numero delle aziende italiane affiliate

Nel 2021 il giro di affari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Italia ha superato i 350 milioni di dollari. Tra i settori più performanti c’è quello della Sanità

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Appalti ONU, cresce il numero delle aziende italiane affiliate | Rec News dir. Zaira Bartucca

E’ stato pubblicato il Rapporto Annuale sugli Appalti presso Nazioni Unite, che offre una dettagliata analisi sulla gestione dell’imponente volume di beni e servizi acquistati dall’intero sistema onusiano. Il 2021 ha segnato un record, con un volume complessivo di 29,6 miliardi di dollari, in aumento del 32,5% rispetto all’anno precedente. Come prevedibile, la spinta principale si è registrata nel settore sanitario, ma crescite significative si sono registrate anche in altri settori.

Tutti in crisi, ma non l’ONU

Nonostante la crisi che colpisce praticamente ogni segmento, cresce anche il giro di affari delle imprese italiane affiliate all’ONU, che per il 2021 hanno registrato un volume annuale ufficiale pari a 351 milioni di dollari in favore di 39 entità onusiane. Le principali aree di intervento sono state “Servizi di gestione e amministrazione” (57,9 milioni), “Trasporto, stoccaggio, servizi postali” (47,4 milioni), “Attrezzature e forniture mediche” (38,4 milioni), “Servizi di ingegneria e ricerca” (34,3 milioni), “Servizi di costruzione e manutenzione” (28,4 milioni). Le principali entità onusiane acquirenti dalle imprese italiane sono, nell’ordine: PAM (81,3 milioni), Segretariato delle Nazioni Unite (pari a 57,7 milioni, che include il DOS e forniture alle Missioni di Peace-Keeping, tra le altre), FAO (39, 7 milioni), OMS (32,7 milioni), FISA (26,5 milioni).

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Sono più di settemila le aziende italiane accreditate presso la Sezione Appalti dell’ONU

Complessivamente, sono 7.193 le imprese italiane accreditate presso la Sezione Appalti delle Nazioni Unite, di cui 1899 quelle che hanno effettuato forniture e 69 quelle che hanno effettuato forniture per volumi superiori a 1 milione di dollari. A luglio di quest’anno, inoltre, l’Italia è stata rieletta nella Peacebuilding Commission per il biennio 2023-2024.

L’ONU riesce a pervadere ogni settore su scala globale

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha ormai tentacoli ovunque e riesce a pervadere praticamente ogni settore. Se, da un lato, è ormai in forte ridimensionamento l’indotto relativo al settore cosiddetto umanitario (anche per effetto dei tagli promossi dall’amministrazione Trump) su scala globale si afferma sempre più lo sfruttamento della Salute, comparto che nel 2021 ha generato la fetta più consistente di introiti (36%, di cui il 27% derivato da vaccini, contraccettivi e farmaceutici). Per l’anno di riferimento è cresciuto anche il comparto dei trasporti (8,7%) quello alimentare e agricolo (10%) e quello dei Media influenzati dall’ONU (7,2% degli introiti totali).

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Su scala italiana è interessante notare come negli ultimi anni i settori maggiormente battuti dall’ONU abbiano subito mutamenti anche radicali, anche grazie agli shock generati dal Covid. E’ il caso dei sistemi di controllo e sorveglianza introdotti negli uffici postali (Green Pass fino ai primi mesi del 2022, cancellazione del contante per alcune operazioni) e nelle autostrade.

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Anche il settore dell’informazione sta cambiando radicalmente in Italia e in Europa in generale proprio a causa delle manipolazioni promosse da tutta una serie di organismi, con l’introduzione di “task force” e di squadroni punitivi di “fact-checker” o presunti tali che si occupano di colpire il giornalismo indipendente, nel tentativo di sedare ogni dubbio avanzato su vaccini, pandemia, conflitti, siccità e via discorrendo. Sia mai che il colossale giro di affari connesso ai sofisticati progetti di ingegneria sociale dell’ONU venga messo a repentaglio.

Appalti ONU, cresce il numero delle aziende italiane affiliate | Rec News dir. Zaira Bartucca

Per quanto riguarda l’alimentazione, l’Agenda 2030 è in prima fila nell’imporre la sua idea di “sostenibilità”, che secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite deve colpire il settore dell’allevamento tradizionale e favorire l’inserimento sul mercato di fonti proteiche di derivazione discutibile.

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