Recensioni
Sette anni di pontificato e un film (non proprio lucido)
Il Papa “grottesco” e quello “più buono degli altri”. L’Argentina della dittatura e la solitudine. La realtà (poca) e i tagli personali. Ma il calcio, alla fine, mette tutti d’accordo
Immagine Quotidiano.net
Bergoglio festeggia oggi, giorno di San Giuseppe e dei papà, sette anni di Pontificato. Era il 19 marzo del 2013 quando, raccogliendo il testimone dal dimissionario Ratzinger, si insediava a San Pietro. Il singolare cambio e retroscena storicamente da confermare sono raccontati ne “I due papi”, film di Netflix di fattura argentina. E si vede.
La figura grottesca cucita addosso a Ratzinger
Il papa tedesco uscente è raccontato come un “bacchettone” troppo attaccato ai dogmi, non troppo sveglio e messo alla prova (questo almeno è vero) dall’età che avanza, dalla solitudine e dai problemi cardiaci cui tenta di porre rimedio con un braccialetto da fitness. Una dissonanza voluta, uno dei tanti contrasti creati dal regista per tentare di dare un’immagine grottesca del Papa dimissionario. Incolpandolo dei mali della Chiesa come la pedopatia, anche. Unica concessione: la cultura vasta e mani che sanno ancora, memori degli anni di studio, suonare il piano.
Quello più buono a prescindere
Bergoglio è, prevedibilmente, quello della retorica comune. L’innovatore, quello più buono degli altri che dopo anni passati a confessare la gente, “cambia”, e passa dal condannare gli omosessuali, come racconta il film, al perdonarli. L’argentino è il Papa talmente illuminato da non lesinare i divorziati, le prostitute e i gay all’interno dalla Chiesa. Solo per chi vive di preghiera (perché a Bergoglio troppe preghiere non piacciono) c’è qualche problema.
Un’amicizia colma di interesse (univoco)
Il film getta tuttavia una luce inedita sulle tempistiche che hanno provocato il cambio di vertice a San Pietro. Bergoglio è parroco e Vescovo nel momento in cui, prima di essere convocato, acquista un biglietto per il Vaticano. Vuole presentare a Ratzinger le sue dimissioni per le palesi dissonanze. L’argentino è un “modernista”, che non vede di buon occhio il conservatorismo del tedesco. Finirà con lo stabilirsi a Castel Gandolfo, residenza estiva del Papa, per giorni. Lì gli dimostrerà “amicizia”, facendolo sentire inadeguato e convincendolo indirettamente, alla fine, a lasciare. Siano andate o no così le cose, è certo che Bergoglio alla morte di Giovanni Paolo II fosse tra i “papabili” – è proprio il caso di dirlo – e che sia stata una delle persone che ha svolto per Ratzinger l’attività di consigliere. Si direbbe che oggi sappiamo perché.
Poca verità sul “peccato storico” di Bergoglio
Il film tenta di giustificare persino il “peccato storico” di Papa Francesco: quello di aver agevolato la dittatura in Argentina, di essere sceso a compromessi con i suoi fautori e – persino – di aver consegnato nelle mani dei tiranni gli amici gesuiti che lo stesso padre Bergoglio aveva “scomunicato” impedendo loro di dare le comunioni. Un gesto che li ha consegnati nelle mani dei carnefici, che per alcuni ha significato anni di torture, per altri, la morte.
Il calcio mette tutti d’accordo
Tra forzature, dialoghi delegittimanti o legittimanti, propaganda più o meno velata, comparse che devono dare l’idea di un Bergoglio ironico e amato ovviamente da tutti – dal giardiniere all’impiegato, dalla Guardia Svizzera ai dissidenti politici – la cosa migliore del film è forse la fine, con il calcio che mette tutti d’accordo e riconduce tutti alla loro dimensione umana.
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