Tornare a far nascere per dare un futuro al Paese


Convegno “Emergenza denatalità: l’Italia di oggi, l’Italia di domani”. Palazzo Madama, 20 novembre 2019 – Intervento di Elisabetta Casellati



Buongiorno a tutti, saluto i parlamentari e le autorità presenti, gli illustri relatori e tutti gli ospiti in sala. Ringrazio ciascuno di voi per il contributo e la partecipazione a questo momento di riflessione su un tema a cui sono molto legata e nei cui confronti ritengo si debba prestare diligente attenzione e maggiore responsabilità. La trasformazione socio demografica da molto tempo interessa il nostro Paese; il suo progressivo invecchiamento generazionale e il calo delle nascite ha acquisito, specie negli ultimi anni, le proporzioni di un’autentica emergenza nazionale.


Centoventimila bambini in meno rispetto al 2008

Secondo i più recenti dati pubblicati dall’Istat, nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458,151 bambini, oltre 14mila in meno rispetto al 2016 e oltre 26mila in meno rispetto al 2015. Se si considera il triennio 2014-2017, le nascite sono diminuite di circa 45 mila unità, mentre sono quasi 120 mila in meno rispetto al 2008. Un dato destinato ad aggravarsi anche quest’anno, se consideriamo che a giugno scorso, il numero delle nascite registrate nel primo semestre del 2019 è pari a poco più di 206 mila bambini. Tutto questo porta l’Istat ad affermare che la fase di calo della natività, innescatasi nel 2008 e proseguita con andamento negativo costante, ha ormai assunto caratteristiche strutturali.


Italia ultima in Europa per numero di nascite

Dati allarmanti. Dati che ci collocano all’ultimo posto in Europa come tasso di nascite calcolato ogni mille donne e in relazione all’età media di madri alla prima gravidanza. Si ricava dal rapporto Eurostat di quest’anno sull’andamento demografico. Ecco perché ho fortemente voluto organizzare qui in Senato un evento per riflettere insieme sulla crisi della natalità, sulle sue dimensioni, sulle sue cause e sulle possibili soluzioni. Un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle dimensioni del fenomeno. Ma anche un’opportunità per stimolare, promuovere, divulgare e ovviamente sostenere idee e proposte che possano ispirare l’azione del Parlamento e del governo.


“Soluzioni per sostenere l’iniziativa genitoriale degli italiani”

Un’azione che non può più permettersi di tamponare esigenze congiunturali, ma che deve invece aprirsi a soluzioni coraggiose e di lungo periodo. Soluzioni che, sostenendo concretamente la scelta genitoriale, possano ispirare un nuovo positivo clima di fiducia e dare nuovo impulso allo sviluppo di tutta la società. Perché un Paese che non genera figli è un paese incollato a un eterno presente; è una Nazione incapace di aprirsi a un futuro di crescita e di responsabilità. Occorre inoltre considerare che un Paese a crescita zero – anzi a crescita negativa come è il caso dell’Italia e di molte altre nazioni europee ed extra europee – è inevitabilmente destinato a doversi confrontare con problemi di sostenibilità del welfare e delle politiche pubbliche.


In meno di trenta anni l’Italia rischia di non essere più la stessa

Problemi che finiranno inevitabilmente con l’aggravare la tenuta del tessuto sociale, gli equilibri del sistema economico, le politiche occupazionali. Se diminuiscono i giovani diminuisce infatti il rapporto tra domanda e offerta di lavoro. Se diminuiscono i nuovi nati, di riflesso diminuirebbe il bacino di utenza di molti servizi pubblici, come asili, scuole, servizi sociali, costringendo i comuni e gli enti locali a chiuderli o accorparli per far fronte ai loro costi di gestione. Soprattutto ne risentirebbe la stabilità del sistema previdenziale. A maggio dello scorso anno l’Istat ha calcolato che l’età media della popolazione italiana passerà entro il 2065 dagli attuali 45 anni circa agli oltre 50 anni. Ciò significa che tra poco più di trent’anni l’Italia non sarà più la stessa: sarà più vecchia, con meno giovani e meno forza lavoro. Secondo le più recenti stime dell’Osce, inoltre, oggi il rapporto tra lavoratori e pensionati è di 3 a 2.


Bisogna guardare ai giovani: alla loro affermazione professionale e al desiderio di essere giovani

Un equilibrio già di per sé precario, destinato a raggiungere livelli insostenibili entro il 2035, quando sarà di 1 ad 1. Vi è chi ha definito questa situazione come quella di una tempesta perfetta che avrà effetti devastanti sui Paesi che non si attiveranno per tempo al fine di porre rimedio al calo della natalità. Ma quali sono le cause? Quali i fattori che sono alla base di questo fenomeno? Dove guardare per comprendere in che modo agire in modo efficace e responsabile? Alla società prima di tutto e ai suoi equilibri. Guardare alla società significa in particolare rivolgersi alle generazioni più giovani; al loro percorso di crescita e di affermazione personale e professionale; al rapporto tra il desiderio di essere genitori e le concrete possibilità di realizzare questa aspirazione.


Fanno da freno le condizioni economiche e i costi per ciascun figlio

Perché è proprio sulla distanza tra i figli che si vorrebbero avere e i figli che si riescono a fare che si misura l’impatto di tutti quei fattori che, con diversa intensità, incidono sull’andamento del ricambio generazionale. Fattori come le condizioni culturali, sociali ed economiche delle famiglie; il costo diretto di ciascun figlio e le rinunce che esso comporta, le aspettative rispetto al proprio percorso di vita, la fiducia in un lavoro stabile e in un mercato del lavoro che garantisca pari opportunità. In tale prospettiva risulta evidente come i dati sulla natalità si intreccino con quelli relativi all’attuazione delle iniziative per la piena emancipazione femminile, per il sostegno delle famiglie o per l’occupazione dei nostri giovani, al punto da condizionarsi reciprocamente.


Investire nella famiglia e nella genitorialità

L’Italia continua ad essere una nazione in cui le donne madri rischiano di uscire dal mercato del lavoro più che in altri Paesi europei. In cui gli strumenti di tutela e di conciliazione tra famiglia e lavoro sono ancora frammentari e disomogenei. In cui il tasso di disoccupazione giovanile – più che doppio rispetto alla media europea – e le difficoltà nell’accesso ad un impiego stabile e adeguatamente remunerato finiscono inevitabilmente con lo spostare verso un’età sempre più adulta la concreta possibilità di abbracciare la scelta genitoriale. Di fronte a questo scenario occorre dunque invertire la tendenza. Per farlo in modo adeguato occorre partire da un dato incontrovertibile: investire nella famiglia, investire nella genitorialità, significa prima di tutto investire sul futuro dell’umanità.


Le misure devono essere per il lungo periodo, e affiancate da interventi di ordine organizzativo

Le misure economiche e fiscali a sostegno delle famiglie e della natalità approvate in questi anni hanno certamente contribuito ad alleggerire i costi delle famiglie, specie di quelle più bisognose. Ma è necessario che queste misure, oltre ad essere stabilizzate in una prospettiva di lungo periodo, siano affiancate da interventi di ordine organizzativo. Norme volte, in particolare, a rendere concretamente compatibile il ruolo di genitore e quello di lavoratore. Penso all’esempio della Francia, che continua ad essere la locomotiva d’Europa in termini di natalità e alle sue politiche di assistenza familiare anche attraverso una efficiente rete di servizi pubblici e di asili nido per l’affidamento dei figli.


La legge sui congedi parentali

Penso alla Svezia, alla Danimarca, alla Norvegia che da sempre portano avanti politiche attive a tutela dell’infanzia, delle famiglie o tese comunque a favorire forme di flessibilità lavorativa compatibili con le esigenze familiari. Penso alla Germania che, a fronte di un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa, da più di quindici anni ha avviato progetti strutturali e integrati di supporto alla crescita delle giovani generazioni e delle loro famiglie. In Italia, come è noto, il punto di svolta in materia di conciliazione famiglia-lavoro è rappresentato dalla legge numero 53 dell’8 marzo 2000, che ha sancito le pari responsabilità familiari mediante l’istituzione dei congedi parentali. Negli ultimi anni si sono poi registrati diversi tentativi di innovazione normativa tesi a introdurre modelli sociali ed economici che potessero agire sulla crisi della natalità.


Un piano organico per valorizzare il nostro prezioso “giacimento di pil potenziale”

In molti casi, le soluzioni proposte hanno consentito di registrare effetti benefici e positivi. Tuttavia, ciò che ritengo sia mancato a queste misure legislative è stato il supporto di un piano organico. Di una visione strutturale e di lungo periodo.
Un progetto, cioè, capace di trovare un equilibrio virtuoso e stabile tra la vita privata, familiare e professionale delle donne. In grado di valorizzare quello che è stato definito come un prezioso “giacimento di pil potenziale”.

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