Chip sottopelle, chi c’è dietro il business dell’uomo-cyborg

Un’azienda che si occupa di reti, il manager di una banca, organismi che godono di finanziamenti da controversi magnati. Ma la mappa è ancora vasta e in divenire. Ecco chi promuove (e perché) 5G e Bio-Hacking


Articolo scritto il 14/03/19 e aggiornato l’08/11/19


Ogni tabella di marcia ha le sue scadenze. Anche quella del 5G e dell’utilizzo su vasta scala di tecniche di bio-hacking. Colossi tecnologici e legati all’informazione, istituti di credito, mondialisti vari con ansie da controllo, hanno pensato a un anno simbolo: il 2021 che dovrebbe segnare la transazione dal digitale al reale. E’, quindi, una corsa all’informare (se così si può chiamare la fase con cui si sta tentando di normalizzare nella percezione comune l’idea di sottoporsi a operazioni chirurgiche o farsi pungere da siringhe giganti per dubbi tornaconti) al convegno, alle liste dei pro che potrebbe avere un circuito che si mischia con la nostra pelle, col nostro corpo, con la nostra essenza.


Digit 2019 finora è il simbolo dello spingersi più in là “in attesa di diventare dei”, auspici patrocinati dalla crème della lobby dell’informazione. Non sono gli unici “attori”. Fastweb sarà una delle aziende capofila, assieme a Tim, Vodafone ed Ericsson, che ha messo mano anche su Genova. Si parla anche di Iliad. Da diversi anni la prima preme sulla necessità del passaggio al 5G e sulle possibilità che a detta di personalità come Giancarlo Orsini offrirebbe l’utilizzo del bio-hacking sul corpo umano. Orsini è manager di Banca Mediolanum e cura un sito divulgativo – Guarda il tuo futuro – che è sponsorizzato proprio da Fastweb.



Sposa appieno, per esempio, la distinzione tra “internet delle cose” e “internet degli esseri umani” o delle persone. I pregi di quest’ultimo, a sentire Orsini, sono presto detti: “Non dovremo più temere le truffe, i furti e gli smarrimenti dei nostri dispositivi – scrive – e non dovremo più indossarli”. Potremo, ancora, dice Orsini, “aprire la porta di casa senza chiavi, mangiare al ristorante e andarcene subito dopo, ricevere inviti personalizzati mentre passiamo davanti a un negozio o a un bar. In caso di malore, poi, i presidi ospedalieri sarebbero in grado di acquisire i nostri dati in pochi secondi” (ma non era a questo che doveva servire la tessera sanitaria?). Davvero un “passo avanti”, soprattutto per quegli utenti che si sentono infastiditi dalla pubblicità su internet e una letteralmente invasiva potrebbero vedersela segnalare con una vibrazione della mano o qualcosa del genere.


Il costo di tutto questo per corpo, mente, privacy e libertà, non sarebbe per nulla basso. Lo ammette lo stesso Orsini, buttandola però dal punto di vista della sicurezza: “Un ultimo grande vantaggio dell’Internet degli Umani – scrive – starebbe nella sicurezza personale: il fatto che ognuno di noi sia tracciato significa che sarebbe anche rintracciabile”. Ancora più inquietante è un altro aspetto: “Consegneremo tutte le informazioni relative a ogni nostra azione ed ogni singolo istante della nostra vita – spiega l’esperto – a una società privata o a un ente pubblico che, si spera, li gestirà in maniera rigorosa e rispettosa dei nostri diritti, senza usarli per scopi diversi come ad esempio per discriminarci o per controllarci”.  Senza contare che “se qualcuno dovesse riuscire a violare i server dell’azienda o dell’ente che gestisce il nostro chip, potrebbe far sparire i nostri soldi senza che ci si possa fare nulla, oppure potrebbe ricattarci ed estorcerci del denaro per non rivelare in pubblico informazioni riservate”.


E a parlare è un esperto che, per formazione professionale, è lontano dalle cosiddette “teorie del complotto”. Ancora poco se si pensa che “gli hacker potrebbero prendere il controllo dei chip e attaccare fisicamente le persone” o, dal punto di vista che riguarda prettamente la salute, “i chip potrebbero creare delle infezioni e obbligare le persone a effettuare delle operazioni delicate per eliminarli”. Aspetti che tuttavia importano poco per esempio alla stampa commerciale: ultimi, in ordine di tempo, il Tg1 e Il Fatto Quotidiano, che rispettivamente in un servizio e in un articolo hanno tessuto le lodi di questo tipo di tecnologia invasiva. A ognuno il futuro che si merita a tutti, si spera, la libertà di scelta.


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Let’s face it, no look is really complete without the right finishes. Not to the best of standards, anyway (just tellin’ it like it is, babe). Upgrading your shoe game. Platforms, stilettos, wedges, mules, boots—stretch those legs next time you head out, then rock sliders, sneakers, and flats when it’s time to chill.