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Quattro motivi per cui le sanzioni Ue all’Italia sono improbabili (lo dice il Cep)

L’esperto del Centrum für Europäische Politik Alessandro Gasparotti sulla procedura per disavanzo valutata (non aperta) oggi

Le sanzioni Ue – al contrario di quanto sostenuto all’unisono dai media nazionali – sono tutt’altro che probabili. Lo afferma, carte e quadro economico alla mano, l’esperto Cep (Centrum für Europäische Politik) Alessandro Gasparotti. Il Cep firma ogni mese diversi report economici che si rifanno ai lavori dell’Ue, fungendo da osservatorio sulle politiche di Bruxelles. Lo scorso febbraio ha, tra le altre cose, diramato l’apprezzato e ormai noto studio sui “vincitori e vinti” dell’Euro, cioè su quei Paesi che dalla moneta unica ci hanno guadagnato o – come l’Italia – perso. Nella mattinata di oggi, il Cep ha diffuso una nota in cui spiega la situazione attuale: nell’ambito di quest’ultima, le possibilità di manovra dei sostenitori di (im)possibili procedure di infrazione come Dombrovskis e Moscovici sembrano essere ridotte al lumicino. Utile, inoltre, leggerle alla luce dei recenti risultati elettorali che, per quanto si tenti di ritardarne l’effetto, si dovranno ben presto concretizzare con nuove nomine. E allora letterine e procedure continuamente nominate assumono un’altra connotazione: quella di auto-legittimarsi e di darsi una parvenza di imprescindibilità laddove – nei fatti – sono Stati sovrani (e mercati) a decidere.


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Poi perché – spiega Gasparotti – “finora la Commissione Ue si è opposta” a politiche del genere, e perché, continua, “il livello di debito dello Stato membro non è sceso abbastanza velocemente. Per gli Stati membri con un debito pubblico superiore al 60% del Pil, il patto di stabilità e crescita impone che il debito pubblico diminuisca in media annua di 1/20 della differenza tra il debito effettivo e il PIL e la soglia del 60%”. Non basta perché “la decisione finale sull’avvio ufficiale di un PDE in materia di gestione fiscale italiana – spiega Gasparotti – dovrà essere presa dal Consiglio dei ministri delle Finanze dell’Ue, prima a livello tecnico, e poi a livello politico (forse già il 9 luglio), quando i ministri delle Finanze si riuniranno per il Consiglio Ecofin”. Inoltre “una pressione efficace sull’Italia per riconsiderare le sue politiche – avverte l’esperto – può venire solo dai mercati dei capitali, che possono utilizzare la procedura per i disavanzi eccessivi come catalizzatore per richiedere un prezzo più elevato per i prestiti all’Italia, spingendo per aggiustamenti fiscali”. Di seguito la nota integrale del Cep.


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La Commissione europea ha valutato oggi il caso di apertura di una procedura per i disavanzi eccessivi nei confronti dell’Italia, a causa del continuo aumento del debito pubblico. Cep-L’esperto Alessandro Gasparotti commenta su di esso. “Le sanzioni UE sono altamente improbabili. Quindi una pressione efficace sull’Italia per riconsiderare le sue politiche può venire solo dai mercati dei capitali”, ritiene Alessandro Gasparotti dal Cep di Friburgo. Il Collegio dei Commissari ha pubblicato oggi una relazione sulla mancata riduzione del debito pubblico da parte del paese, come richiesto dal patto di stabilità e di crescita, valutando la possibilità di avviare una procedura per i disavanzi eccessivi. La decisione finale sull’avvio ufficiale di un PDE in materia di gestione fiscale italiana dovrà essere presa dal Consiglio dei ministri delle Finanze dell’UE, prima a livello tecnico, e poi a livello politico (forse già il 9 luglio), quando i ministri delle Finanze si riuniranno per il Consiglio Ecofin.


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Lo scorso dicembre, dopo un confronto senza precedenti con il nuovo Governo italiano sul bilancio 2019, la Commissione ha deciso di astenersi dall’aprire un PDE contro l’Italia, a condizione che quest’anno il debito italiano diminuisse e che il disavanzo strutturale rimanesse stabile ai livelli del 2018. Il debito dell’Italia è tuttavia in aumento: è salito al 132,2 % del PIL nel 2018 Dal 131,4% nel 2017 e dovrebbe salire al 133,7% quest’anno e al 135,2% nel 2020, secondo le previsioni della Commissione. Ad oggi, la Commissione europea non ha mai avviato una procedura per i disavanzi eccessivi perché il livello di debito di uno Stato membro non è sceso abbastanza velocemente. Per gli Stati membri con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, il patto di stabilità e crescita impone che il debito pubblico diminuisca in media annua di 1/20 della differenza tra il debito effettivo e il PIL e la soglia del 60%. Impone la riduzione del debito su un percorso con obiettivi e scadenze chiari. Le misure disciplinari in caso di inadempienza potrebbero portare a un’ammenda dello 0,2% del PIL italiano, pari a circa 3,5 miliardi di euro. Anche le sovvenzioni regionali del “fondo di coesione” dell’Ue possono essere trattenute.


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Le sanzioni per L’Italia sono tuttavia molto improbabili. La Commissione si è finora opposta alle sanzioni, in quanto ritiene che le sanzioni siano un fallimento degli attuali meccanismi di coordinamento delle politiche economiche. L’instabilità politica all’interno del Governo italiano e i deboli risultati economici stanno già perdendo il loro peso mentre i mercati dei capitali stanno reagendo: i titoli italiani a 5 anni la scorsa settimana sono stati scambiati ad un rendimento più elevato rispetto ai loro equivalenti Greci. Data la difficile attuazione del Patto di stabilità e crescita nella Zona Euro a causa della mancanza di volontà della Commissione di imporre sanzioni finanziarie, una pressione efficace sull’Italia per riconsiderare le sue politiche può venire solo dai mercati dei capitali, che possono utilizzare la procedura per i disavanzi eccessivi come catalizzatore per richiedere un prezzo più elevato per i prestiti all’Italia, spingendo per aggiustamenti fiscali.


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