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Lo abbiamo scritto ieri: Rosneft ha annunciato di voler procedere in Tribunale contro La Stampa e L’Espresso (Gruppo Gedi), per la cosiddetta inchiesta sui “tre milioni”, che gli autori vogliono che il Cremlino abbia messo a disposizione della Lega per finanziare la campagna elettorale delle Europee. Ma a leggere le numerose pagine del “resoconto” di lontani incontri di ottobre 2018 (scomodati proprio in concomitanza delle elezioni regionali in Sardegna che si tengono oggi) non si può non rimanere colpiti da almeno tre fattori.

Il primo è che la caratterizzazione dovrebbe rimanere confinata ai romanzi. Perché le forzature sulle idee o sul credo politico del componente di un’associazione, del responsabile di un’azienda, di un “filosofo”, non sono materiale per una “inchiesta”. E allora calcare la mano su termini coniati ad hoc come “putiniano”, “anti-abortista”, “anti-omosessuale”, diventa un’ovvia via di mezzo tra il patetico e il ridicolo che sdice quando proviene da un settimanale che si dice alla costante ricerca della “verità” ma poi sembra dedicarsi ad ammissioni personali che rimangono tutte da verificare.

Il secondo, ma non per ordine di importanza, è che non c’è traccia di riferimenti certi e di documenti. Forse, si dice il lettore speranzoso, li avranno lasciati da parte per il libro annunciato dalle stesse pagine, ma è abbastanza autolesionista scomodare imprenditori, responsabili, Compagnie e pezzi della politica russa senza accompagnare il tutto, che so, dallo screenshottino di un qualche estratto bancario in grado di dimostrare che davvero si è seguita una qualche traccia. E invece no, l’articolo è fatto di una summa di incontri istituzionali mancati o dove gli orari sono stati (misteriosamente, ovviamente), cambiati, di visite in ufficio o di incontri informali che devono celare per forza qualcosa di losco, di ipotesi cucite addosso a persone di cui si è pensato di capire qualcosa grazie a una rete di presunte vicinanze che, da sole, in realtà non raccontano nulla.

C’è poi il metodo. Quello caro ai paparazzi, cioè gli “spioni” che si lanciano in improbabili pedinamenti o origliano ai tavoli dei bar o nelle hall degli alberghi scattando foto che, per l’ennesima volta, non raccontano nulla. Qualche risposta forse la si sarebbe potuta ottenere avvicinandosi a quei tavoli, e (identificandosi come giornalista come è buona prassi fare) rivolgendo ai convenuti domande che forse avrebbero avuto risposte molto più plausibili e ovvie di quelle che si è tentato di costruire. Affermazioni che rimangono piene di zone d’ombra, tanto che sono gli stessi giornalisti ad ammettere che mentre scrivono non sanno ancora se le presunte trattative siano mai andate in porto.

Nessuno, poi, si è mai domandato cosa sia andato a fare “in realtà” Renzi in Qatar o in Kazakistan. Forse a tessere semplicemente relazioni diplomatiche come quelle che ha avviato il governo Conte con la Federazione Russa e a cui tutti gli Stati si dedicano, anche lontano dai riflettori e dalla curiosità morbosa di paparazzi mancati. Forse, a fare cassa per prepararsi al suo lancio politico di futuro Presidente del Consiglio, che per giunta non è passato da regolari elezioni. L’incarico è stato ricoperto dal 2014 al 2016, due viaggi in Kazakistan sono proprio del 2014 e del 2015 mentre tutto il resto che c’è intorno è ormai materia da cronaca giudiziaria. Ma basta questo per dire che il Partito democratico abbia contato sulle ricchezze di qualche emiro o di Nursultan Nazarbayev per pagarsi treni e camper “democratici”? Forse no, così come non bastano due chiacchiere o due incontri – anche quelli da verificare – per gridare a fantomatici finanziamenti o strani rapporti tra il Cremlino e partiti italiani.

L’Italia ricuce i rapporti con la Russia dopo decenni di atlantismo e mondialismo: tenta di farlo (e dovrebbe farlo) perché il sistema intavolato dal dopoguerra ad oggi altro non ha portato che divario sociale, povertà, denazionalizzazione degli Stati a favore di organismi mai legittimati come l’Europa. La stessa che manca di Costituzione e non ha potere legislativo. E’ sintomatico che questo provochi dispiacere nei sostenitori della stampa al soldo di fondazioni “filantropiche” (si sprecano le citazioni su The Guardian e Novaya Gazeta) e nei cagnolini da riporto dei “democratici” di Occidente, cui la Russia fa allergia anche solo a sentirla nominare.

OPINIONI

Seggi deserti, è sconfitta trasversale per la politica

Gli sconfitti di questo referendum e di queste elezioni comunali non sono quelli del sì o quelli del no, la destra o la sinistra, i liberali o i progressisti: piuttosto, l’anima politica del Paese, che ancora una volta segna distanze incolmabili con una cittadinanza insoddisfatta e disillusa. Questo non-voto è più di un voto

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Seggi deserti, è sconfitta trasversale per la politica | Rec News dir. Zaira Bartucca

Le facce allungate degli esponenti di tutti i partiti, ieri, nel salotto di Bruno Vespa, non raccontano solo la magra figura di chi era (utilitaristicamente) convinto che la “riforma” di una Giustizia devastata potesse concretizzarsi in cinque quesiti referendari. L’astensionismo ha riguardato anche le amministrative e – perfino – presidenti di seggio e scrutinatori. Il crollo di fiducia è stato totale e forse addirittura storico. Tra risultati pilotati, volti sempre uguali, larghissime e innaturali intese e un nuovo che avanza sempre più simile al vecchio, non c’è quasi più un italiano che pensi che recarsi ai seggi valga più di una giornata di mare.

Gli sconfitti di questo referendum e di queste elezioni comunali non sono quelli del sì o quelli del no, la destra o la sinistra, i liberali, i giustizialisti o i progressisti: piuttosto, a uscirne con le ossa rotta è l’anima politica del Paese, che ancora una volta segna distanze incolmabili con una cittadinanza insoddisfatta e disillusa. Questo non-voto è più di un voto. E’ un po’ un segno dei tempi, una protesta muta con cui il cittadino vuole – semplicemente – dire: non mi fido più. Non credo più alle vostre chiacchiere. Ma, come, sempre, partiti e sondaggisti non saranno in grado di interpretare l’ennesima manifestazione di malcontento.

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OPINIONI

Di Maio si dimetta se la sua “assoluta priorità” è l’Africa

Al primo posto per ogni ministro della Repubblica dovrebbero esserci le necessità dell’Italia e degli italiani. Chi non è d’accordo con questo assioma elementare dovrebbe seguire le sorti di Emanuela Del Re e trasformarsi in cooperante africanista, abbandonando finalmente una poltrona che forse è rimasta attaccata alle terga per troppo tempo

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Il governo celebra la Giornata dell'Africa. Avessero mai fatto tutto questo per il 2 giugno | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’Africa non è la cenerentola del pianeta già da molto tempo. Interessata dal mercato libero (AFCFTA) e dai piani dell’ONU sull’Agenda 2063, il suo è un territorio in forte ascesa economica. Abbiamo provato a raccontarlo citando i casi emblematici della Nigeria e del Ghana. In pratica in questo momento gli Stati del continente africano possono essere più ottimisti di un’Italia tornata agli anni ’50 in quanto a produttività, condannata all’estinzione a causa del crollo demografico e morsa da una crisi economica e occupazionale che nessun governo è intenzionato a risolvere.

Le priorità di Draghi e compagni, del resto, le ha ammesse il ministro degli Esteri in una lettera inviata oggi al quotidiano dei vescovi Avvenire. “Il Continente africano – ha detto Luigi Di Maio – rappresenta da tempo un’assoluta priorità della politica estera italiana”. Buono a sapersi, e del resto ci eravamo arrivati anche noi. Ma quello che andrebbe precisato, oltre all’elenco delle politiche assistenzialiste che in questo caso servono a far piovere sul bagnato, è quanti miliardi l’Italia spende ogni anno per foraggiare l’Unione Africana a suo discapito, quanti ne spendono gli altri Stati membri europei, quanto costa aprire frantoi lì mentre i produttori pugliesi rimangono soli a dover combattere contro la Xylella e quale inaridimento porta una politica di investimenti che guarda sempre e solo all’estero, e che viene nascosta dietro il termine rassicurante di “internazionalizzazione”.

Per Di Maio il ruolo dell’Italia deve esaurirsi in quello di tramite, in nient’altro che un collegamento fisico e ideale che metta in contatto interessi esterni. In grado di passare su quello che rimane del Belpaese senza che ci sia alcun ritorno reale, se non per le aziende di sistema. In che modo le PMI dell’agro-alimentare verranno messe nelle condizioni di fronteggiare gli effetti dell’AFCFTA e la concorrenza dei prodotti che faranno capolino nell’area mediterranea a prezzi ribassati, che i nostri produttori non potranno mai garantire?

Domande che il mainstream non si pone, rassicurato e adagiato sulla propaganda di facciata. In realtà, la politica filo-africanista altro non è che il rovescio della medaglia dell’incapacità diplomatica del nostro governo, che non riesce a tessere relazioni credibili con tutti gli altri partner istituzionali e si rifugia in una politica filo-africanista a prescindere. Senza fare nulla di concreto per la propria economia interna, si limita a salire sul carro del vincitore di domani, aspettando un bacio in fronte che non arriverà mai, visto che l’Africa parallelamente costruisce relazioni ben più strette e durature (e in qualche caso ataviche) con la Francia, la Russia, la Cina e la Gran Bretagna. Tanto varrebbe, a questo punto, tornare a pensare di investire nella propria produttività e nel proprio tessuto economico, il che non equivale affatto – come pensa semplicisticamente Patuanelli – a “mettere in discussione il mercato globale”. Le due cose non si escludono a vicenda e l’ago della bilancia non può pendere sempre in direzione dell’estero.

Ma tutti gli sforzi dell’Italia, secondo Di Maio dovrebbero essere tesi al guadagnare “credibilità” nei riguardi dei partner africani. “L’Italia – è il pensiero del grillino – può e deve svolgere un ruolo di ponte su cui far passare una collaborazione tra continenti sempre più stretta. Per poter rappresentare davvero un punto di incontro tra regioni e culture diverse, accomunate da un destino condiviso, sta al nostro Paese affermarsi quale partner credibile e affidabile dei Paesi africani. Sappiamo farlo, dobbiamo farlo”.

Ancora una volta non è chiaro se il ruolo della Farnesina sia quello di fare diplomazia e costruire partnership istituzionali a favore dell’Italia o se sia quello di stanziare capitali a favore dei continenti extra-europei sventolando la favola delle emergenze umanitarie e della scarsezza di materie prime. Al primo posto per ogni ministro della Repubblica dovrebbero esserci le necessità dell’Italia e degli italiani. Chi non è d’accordo con questo assioma elementare dovrebbe seguire le sorti di Emanuela Del Re e trasformarsi in cooperante africanista, abbandonando finalmente una poltrona che forse è rimasta attaccata alle terga per troppo tempo.

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OPINIONI

Ci mancavano solo gli UFO

Dopo il virus che uccide qualunque cosa incontri ma può essere fermato da un rettangolo di stoffa, l’actors studio di Bucha e “il vaiolo delle scimmie”, il mainstream (e il finto anti-mainstream) ha un nuovo argomento con cui intrattenere le masse

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Ci mancavano solo gli UFO | Rec News dir. Zaira Bartucca

Ci mancavano solo gli Ufo. Dopo il virus che uccide qualunque cosa incontri ma può essere fermato da un rettangolo di stoffa, l’actors studio di Bucha e “il vaiolo delle scimmie”, il mainstream (e il finto anti-mainstream) ha un nuovo argomento con cui intrattenere le masse. Ormai le debolezze economiche e sociali indotte dalla crisi invogliano a credere a qualunque cosa, quindi perché non alzare il tiro? Perché non spararne una più grossa di tutte le altre per distrarre dal Referendum truffa, dai soldi spesi per armare l’Ucraina mentre le aziende italiane crollano a picco, da Draghi e Colao che stringono accordi sottobanco con Zuckerberg?

Perché no? L’Italia va a rotoli e il premier appone l’ennesima fiducia riducendo il Parlamento a mero ornamento, ma diversi buontemponi – i complottisti, quelli veri, che animano anche e soprattutto la stampa di sistema – pensano a scie colorate che svolazzano e a disegni di bambini che documenterebbero fantomatici avvistamenti di navicelle spaziali. Dopo le prime audizioni pubbliche americane sui «fenomeni aerei» su 400 oggetti non identificati, è stato tutto un fiorire di teorie e di titoloni ad effetto:

Il Manifesto: Un mondo impazzito ma non è colpa degli UFO

Rai News: Ufo, ci sarebbero novità sul famoso avvistamento del 1994 da parte di 60 scolari nello Zimbabwe

MeteoWeb: Ufo, nuovi avvistamenti nel savonese. Alieni o test militari?

Corriere: Il Pentagono ha parlato di Ufo pubblicamente, in una audizione al Congresso

Repubblica: USA, gli Ufo “atterrano” al Congresso: catalogati 400 oggetti misteriosi

In realtà, come molti sapranno l’acronimo UFO sta ad indicare degli oggetti volanti non identificati (in inglese, Unidentified Flying Object o Unknown Flying Object). quindi gli “alieni” non c’entrano nulla. Può trattarsi di velivoli militari che utilizzano una tecnologia protetta (non a caso gli “avvistamenti” si sono sempre moltiplicati nel corso delle guerre), o di fenomeni metereologici non ancora scoperti.

Perché il Pentagono scopre le carte ora? Probabilmente, sulla scia degli annunci russi e cinesi sulle dotazioni di missili ipersonici che hanno fatto mobilitare perfino la NASA, che ora è al lavoro su un sabotatore di questo tipo di velivoli. Ma l’occasione è troppo ghiotta, per alcuni, per non cavalcare l’ennesimo allarme di massa in grado di riportare la gente davanti ai tg, di generare paure su cui costruire campagne elettorali, di indebolire e – soprattutto – distrarre.

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