Bandersnatch, non è l’interazione il vero cambiamento

Ecco cosa distingue una delle novità più apprezzate di Netflix dai film di animazione dove si può decidere il corso della storia e dal mondo del gameplay

Chi non c’è cascato alzi la mano. Pausa domestica, divano, joypad e l’ultima di Netflix in fatto di produzioni interattive. Stavolta però non si tratta di un film di animazione, ma del sequel di Black Mirror, Bandersnatch. Il titolo ha la pretesa di richiamare la creatura mostruosa ideata da Carroll, che si vede ben poco ma su cui è stata intessuta la storia. O, per meglio dire, la catena di eventi. Nei fatti, tuttavia, dell’annunciato horror c’è ben poco. Il turbinìo è tutto psicologico e il protagonista, Stefan, ci si trova avvolto assieme all’amico Colin, e in qualche modo allo stesso spettatore. Imbattersi in uno dei dialoghi con la dottoressa Haynes per capire di cosa si sta parlando.



Lo spettatore/attore è chiamato, forse per la prima volta, a scegliere quasi tutto della trama: così, da casa, si decide su cereali da mangiare, se prendere o meno le pillole, che corso dare alla giornata e, persino, la colonna sonora che accompagna l’intera produzione. E’ forse questo l’aspetto maggiormente entusiasmante di Bandersnatch: messe da parte le scelte più o meno preponderanti e assodato che, alla fine, non si può influire più di tanto sul corso della storia (spesso Stefan si rifiuta di agire e i finali sono obbligati), quello che rimane sono opzioni musicali di un certo livello capaci di farci immergere davvero nel 1984 (l’annus horribilis di orwelliana memoria) molto più di quanto non facciano abiti, trucco e filtri.



La scelta non è sterminata, ma gradevole: da Phaedra dei Tangerine Dream a Bermuda Triangle di Isao Tomita, passando per Now 2 al loop di “Relax” dei Frankie Goes To Hollywood, che parte ogni qual volta ricominciamo da capo pur rimanendo (in genere ancora per poco) nella storia. Di rilassatezza, infatti, a quel punto ce ne vuole davvero tanta. Bisogna avere la pazienza degli arancioni tibetani per non dare di matto e lanciare il joypad dalla finestra. Ma, ehi, per citare Neil Young là dove non resta nulla (e Stefan volente o nolente perde, pezzo dopo pezzo, tutto) il Rock è lì per restare. Tanto meglio se, con l’archeologico gesto di infilare una cassetta in un walkman, ce lo somministriamo da soli. E questo, finora, non ce lo aveva regalato nessun’altro film.



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Let’s face it, no look is really complete without the right finishes. Not to the best of standards, anyway (just tellin’ it like it is, babe). Upgrading your shoe game. Platforms, stilettos, wedges, mules, boots—stretch those legs next time you head out, then rock sliders, sneakers, and flats when it’s time to chill.