Gli italiani sono altra cosa

C’è una bella differenza tra i nostri connazionali che sono emigrati verso mete come gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina e gli extra-comunitari a 35 euro al giorno di oggi. Utilitarismo e valore del sacrificio non possono coincidere

CARO Asselborn, prima molti non la conoscevano, oggi – dopo le esternazioni al vertice dei ministri dell’Interno europei che si è tenuto a Vienna – è diventato quasi un caso di studio. O sociale, faccia lei. Sovrapporre i piani storici in maniera strumentale, si sa, non è mai una grande idea. Soprattutto se a farlo è una figura istituzionale, che si lascia a un livore inaudito non verso un politico italiano, ma verso un intero popolo. Perché, lasciando da parte Salvini, molti italiani si sono sentiti punti nel vivo dalle sue parole. Perché quel “i tuoi figli ce li hanno i soldi” ha lasciato intendere un benessere economico che l’Italia ha – nel silenzio generale – ormai dimenticato. Perché i nostri nonni, zii, genitori sono stati, sì, migranti, ma in modi del tutto differenti.

 

Tutto il ‘900 è stato attraversato da cicli di depressione economica che hanno visto le regioni italiane impoverite, defraudate, soprattutto quelle del Sud.

Un vero e proprio esercito è partito da qui, ma anche dal Nord e dalle isole. Tanti i padri di famiglia hanno sudato l’acquisto del biglietto di una nave e, in maniera del tutto legale, hanno raggiunto i paesi di destinazione. In America, in Canada, in Argentina, non li aspettavano le organizzazioni umanitarie e nemmeno l’equivalente di allora di trentacinque euro. Li aspettavano, invece, trattamenti non proprio ortodossi (famose le docce fredde al disinfettante) e olio di gomito e lavorare. Nelle miniere, nei campi, in ogni posto in cui ci fosse qualche spicciolo da guadagnare. Anche dovendosi misurare con la piaga della criminalità, perché il racket locale dimezzava gli stipendi, toglieva serenità a un lavoro già gravoso.

 

Ministro, i nostri connazionali hanno sopportato tutto questo, e lo hanno fatto per le famiglie che hanno dovuto abbandonare, per non lasciarle oltre in condizioni di indigenza.

Si sono allontanati con l’abito della domenica ma pur sempre sdrucito, non con capi firmati. Senza catenine e bracciali d’oro che, permetterà la semplicità, finché è possibile mantenerseli non si sta poi tanto male. E le donne, le donne italiane? Anche loro hanno fatto tanto. Tenendo insieme le famiglie, sostituendosi spesso agli uomini assenti nei lavori pesanti, riempiendo le catene di montaggio. Non hanno accresciuto il business della prostituzione, come accade oggi alla stragrande maggioranza di africane che toccano il suolo italiano, oppure non hanno sfruttato le debolezze degli anziani asciugando i loro averi com’è buon costume fare da parte di molte donne dell’Est.

 

Il nostro è un popolo orgoglioso, ministro.

Non siamo come gli indiani dell’agro-pontino o l’esercito allegro, colorato e sorridente di giovani neri che sfilano con i sindacati. Soffriamo in silenzio, con rabbia, e speriamo in un cambiamento che noi (non la politica) costruiremo. Non tendiamo la mano come fanno i rom per chiedere, e in più nessuno ci regala niente. Quando staremo bene, sarà solo merito nostro. Noi italiani siamo altro. Quindi, ministro, la prossima volta stia zitto.

 
 

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